IL CORSARO NERO Emilio Salgari

IL CORSARO NERO, di Emilio Salgari (Lucchi)

 

 

 

Ho letto “Il Corsaro Nero” per colmare una lacuna. Una di quelle che ti porti dietro dai tempi in cui, diciamocelo, leggere un libro era un’attività da punizione scolastica o da pioggia estiva senza corrente. Ai tempi, se mi avessero proposto 350 pagine di pirati malinconici, giungle assassine e onore a palate, avrei probabilmente finto un’improvvisa allergia alla carta stampata. Ma con gli anni uno si rammollisce, e così ho deciso: basta sensi di colpa. Si parte per il Mar dei Caraibi, versione salgariana.

Ebbene, Emilio Salgari non delude. Scrive con la foga di uno che ha un treno da prendere ma prima deve descriverti ogni singola palma della giungla, ogni zampata di coguaro e ogni bava dell’oceano. Roba che oggi chiamerebbero “eco-fiction” con la spocchia di chi crede di aver inventato il concetto. In realtà Salgari faceva ambientalismo quando gli altri ancora giocavano con il carbone. Il suo trio scenografico è potente: l’oceano, epico e spietato, la giungla, un delirio vegetale dove anche i fiori sembrano congiurare contro i protagonisti, e la città, che è praticamente un ufficio complicazioni affari semplici in salsa coloniale. Ogni ambiente ha il suo carattere, il suo umore. E tutti ti mettono in difficoltà, un po’ come la burocrazia moderna.

Quanto alla trama: c’è l’Onore – quello con la O maiuscola, non quello da post su Facebook – che guida ogni gesto del protagonista. Il Corsaro Nero è un uomo integerrimo, vendicativo, e probabilmente intollerante al sorriso. Ma gli vuoi bene lo stesso, perché almeno è coerente. Poi troviamo anche la Fiducia, la Riconoscenza, e – sorpresa – il concetto dimenticatissimo del riconoscimento dei debiti. In un’epoca in cui “ti pago appena posso” significa “mai più”, leggere di uomini che rischiano la pelle per onorare una promessa ti fa quasi venire voglia di applaudire. In piedi.

E poi c’è l’Amore. Che, come in ogni tragedia ben riuscita, si presenta tardi, complica tutto, e manda al diavolo qualsiasi piano. Ma anche qui, Salgari evita la sdolcinatezza: niente sospiri sotto la luna, solo drammi, conflitti interiori, e dilemmi degni di un romanzo russo con le palme.

Certo, il linguaggio tradisce i suoi anni. Alcune frasi sembrano uscite da una recita scolastica ottocentesca, e ogni tanto ti aspetti che spunti un “per Giove!” o un “ohimè!” da un momento all’altro. Ma il bello è proprio lì. La scrittura ha un sapore antico, sì, ma è saporita, speziata, ha il gusto di qualcosa che non si fa più così. Come il pane buono o le lettere d’amore scritte a mano.

Alla fine della lettura, ho pensato: ecco un libro che ti fa sentire in colpa per non averlo letto prima, ma anche un po’ fiero di aver resistito finora per goderselo da adulto. Perché da ragazzi magari si resta abbagliati dai duelli e dagli arrembaggi, ma è solo con qualche ruga in più che si scorgono i temi veri: il peso del dovere, la tentazione della vendetta, la difficoltà di restare umani quando il cuore urla e l’onore comanda.

In conclusione? Il Corsaro Nero è un romanzo che galleggia benissimo, anche dopo più di un secolo. Non affonda, non scricchiola, non puzza di vecchio. Anzi, si permette pure di lanciare qualche messaggio più profondo di tanti tomi moderni pieni di retorica e dialoghi da serie TV. E tutto questo con una piuma sul cappello, una spada in mano, e zero social network.

Insomma, caro Salgari, avevi ragione tu. Anche se mi ci son voluti quarant’anni e una buona dose di autoironia per ammetterlo.

Recensione di Vincenzo Anelli

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2 Commenti

  1. Non è mai passato di moda. Letto da ragazzina, insieme a tanti altri dello stesso autore e di altri autori. Ho addirittura alcune ristampe delle edizioni originali fatte da e Mondadori negli anni ’70 e 2010

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