I RICORDI DELL’ACQUA, di Elif Shafak (Rizzoli – settembre 2025)

I ricordi dell’acqua
Ecco qua il quarto libro che leggo di questa scrittrice, di cui continuo ad amare in modo particolare L’isola degli alberi scomparsi. Ma devo dire che anche questo I ricordi dell’acqua mi ha veramente molto coinvolto facendomi provare forti emozioni, specie in questo periodo in cui qualche potente vorrebbe decidere unilateralmente del destino di migliaia di persone che fanno parte di un popolo diseredato e straziato dalla guerra, pensando di poterle spostare a piacimento suo, dei suoi alleati e dei suoi amici pieni di soldi. E così dopo il genocidio degli armeni di cui la scrittrice ci ha narrato ne La bastarda di Istanbul, ecco che qui ci racconta della strage della popolazione yazida, di come i prepotenti di turno- in questo casi l’Isis- decidono che tutto un popolo possa venire spazzato via dalla faccia della terra, gli uomini uccisi, le donne ridotte in una schiavitù così aberrante da essere peggiore della morte.
Ma il libro non è solo questo; è un inno all’acqua, ad una piccola gocciolina d’acqua che è legata al destino dei diversi personaggi che conosceremo durante la lettura: dal crudele re di Ninive, Assurbanipal, sui capelli del quale- poco prima di entrare nella sua favolosa biblioteca al cui ingresso si issano, come protezione, due statue gigantesche, i lamassu, metà uomini e metà animali- cade dal cielo una goccia d’acqua, la stessa che tanti secoli dopo, a metà Ottocento, si mescolerà, a Londra sulle rive del Tamigi, al latte materno sulle labbra del neonato Arthur, uno dei principali protagonisti del romanzo, il piccolo a cui viene dato il nome di Re Artù delle cloache e delle catapecchie dai cercatori di rifiuti lungo le squallide sponde del fiume londinese, le persone che hanno aiutato la madre a partorire. E l’acqua è presente anche nella storia del secondo protagonista principale, la piccola Narin, che fa parte della comunità yazida -una popolazione che affonda le proprie radici nell’antica Mesopotamia praticando una religione sincretica con riferimenti sia al monoteismo che a rituali arcaici-, e che si sposta dalla Turchia alla valle del Lalish in Iraq per esser lì battezzata; la piccola, figlia di un musicista e orfana di madre, si sposta con la nonna, ultima discendente di una famiglia che annovera al suo interno guaritrici, rabdomanti e donne che conoscono il futuro, prima che la colpisca definitivamente una perdita dell’udito che sta progredendo rapidamente.
E poi c’è la terza protagonista, Zaleekhah, una giovane ricercatrice in ambito idrogeologico che dopo la separazione dal marito va a vivere su una casa galleggiante sul Tamigi, di proprietà di Nen, una ragazza che fa di mestiere la tatuatrice, appassionata di mitologia assira, e che è famosa per i suoi tatuaggi in scrittura cuneiforme. Con questi personaggi ci sposteremo dalla Londra vittoriana, ai fasti di Ninive, ormai in rovina, dove potremo assistere agli scavi archeologici di Arthur ma anche alle atrocità dell’Isis, in un viaggio attraverso lo spazio ed il tempo, ed in cui continua ad essere presente, come quarta protagonista principale, l’acqua, non solo con la sua gocciolina che si sposta da un personaggio all’altro ma anche con i suoi fiumi, il Tigri e l’Eufrate, ed il Tamigi, ridotto a una fogna a cielo aperto dalle attività umane ma poi bonificato ed in rinascita, secondo quanto afferma la parola sumera che significa acqua ma che vuole dire anche concepimento, seme e inizio.
Ed è proprio l’acqua nelle sue diverse forme che lega le storie dei diversi personaggi che possono apparire tra loro completamente separate, e che ci consente di approfondire il rapporto tra uomo e natura ma anche di come, parlando del destino di popoli diversi, si può dare voce ai poveri ed agli ultimi, alle vittime delle violenze, ai diseredati della terra. Perché accadeva -ed ancora accade- che “in talune circostanze l’acqua- solvente universale- conservava la traccia, o memoria, delle particelle che le si erano sciolte dentro, indipendentemente dalle successive diluizioni o purificazioni. Potevano trascorrere anni o secoli, e poteva non essere rimasta alcuna molecola originale, ma ciascuna goccia d’acqua manteneva una struttura unica, distinguibile da un’altra, segnata per sempre da ciò che aveva un tempo contenuto. L’acqua, in altre parole, ricordava”. E così può accadere che aiuti anche noi a non dimenticare!
Recensione di Ale Fortebraccio


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