MALANIMA,di Rosita Manuguerra (Feltrinelli)

«Ci sono luoghi che non ti chiedono di restare, eppure ti abitano per sempre.»
Il libro si presenta con una copertina molto bella: il volto di una donna, parzialmente coperto da un grande fiore aranciobruno che richiama la luce del sole al tramonto. Un’immagine intensa, che suggerisce identità, fragilità e una zona d’ombra emotiva. È una promessa visiva di profondità che introduce il lettore a una storia costruita su silenzi, legami e segreti.
La trama ruota attorno a un’isola che non viene mai nominata. È una scelta narrativa che crea un’aura di sospensione: il luogo rimane una presenza silenziosa, percepita più che descritta, un fondale che accompagna i personaggi senza mai imporsi. Il titolo introduce subito il nucleo emotivo del romanzo: Malanima è quel sentimento viscerale che nasce dal vivere in territori isolati o dal doverli lasciare, una malattia dell’anima che stringe e richiama, che accompagna chi cresce in comunità piccole e dense di legami.
In questo scenario si muovono Mia e Marina, due adolescenti diversissime che proprio per questo si scelgono. Mia è quella che si apre, che osserva il mondo con una curiosità timida ma tenace; Marina è quella che si ritrae, che preferisce stare per i fatti suoi, che non voleva nemmeno venire sull’isola. Fra loro nasce un’amicizia che non è un dettaglio ma una direzione: un legame fatto di piccoli gesti, di complicità silenziosa, di un segreto condiviso che le unisce e le protegge. È un patto che diventa la loro forza e la loro ombra, e dà al romanzo la sua parte più autentica.
La scrittura dell’autrice è pulita, ordinata, attenta ai dettagli. A volte questa precisione illumina, altre volte trattiene. Ci sono pagine che scorrono con naturalezza, altre che sembrano frenare proprio quando dovrebbero affondare. È una prosa che ha intuizioni felici, ma non sempre le porta fino in fondo: resta sospesa, come se temesse di spingersi oltre, come se avesse paura di sporcare la pagina con la verità più ruvida.
Ed è qui che “Malanima” mostra la sua mancanza più evidente. Il concetto che dà il titolo al romanzo avrebbe meritato un approfondimento maggiore nei personaggi adolescenti, perché sono loro a incarnare davvero il mal d’isola: la fame di mondo, la nostalgia che graffia, la sensazione di appartenere a un luogo che ti stringe e ti chiama. Invece questa tensione resta accennata, mai pienamente abitata. Manca il pathos, manca quel quid che avrebbe dato spessore emotivo alla storia, trasformandola in un romanzo compiuto invece che in una narrazione che, a tratti, scivola verso la semplice vicenda adolescenziale.
Anche l’isola, pur essendo il cuore della storia, non è descritta con la forza che meriterebbe. Gli isolani sono intensi, profondi, riconoscibili dallo sguardo: quella densità che non si impara, che nasce dal vivere circondati da un orizzonte che ti segna. Nel romanzo questa intensità rimane trattenuta, quasi sterilizzata. Il paesaggio è evocato, ma non vissuto; la comunità è accennata, ma non respirata. L’isola avrebbe potuto essere un personaggio, invece rimane un contorno, un’ombra che non prende pienamente vita.
Il risultato è un libro che possiede elementi potenti: l’isola che non si nomina, l’amicizia di Mia e Marina, il segreto che le lega, il titolo che racchiude la loro ombra emotiva, ma non sempre li sfrutta appieno. Alcune parti brillano, altre restano in ombra, e ciò che potrebbe essere vertigine diventa solo accenno.
La mia valutazione è un ni.
“Malanima” è un romanzo che sfiora verità importanti, senza afferrarle del tutto. Ha gli elementi per essere intenso, profondo, memorabile, ma gli manca quel “nervo emotivo”, quel “non so che” che avrebbe trasformato la storia in un’esperienza emotiva che ti fa irrigidire la mascella fino a farti male.
Recensione di Patrizia Zara


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