INTERVISTA A LISA DI GIOVANNI
«La mente degli altri»: il giudizio, le relazioni e il coraggio di pensare con la propria testa

Intervista n. 338
- Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Cosa l’ha spinta a scrivere “La mente degli altri” e come lo presenterebbe a un potenziale lettore?
Grazie a voi per questo spazio. La mente degli altri nasce da una domanda che mi accompagna da molto tempo: quanto di ciò che pensiamo, desideriamo e scegliamo appartiene davvero a noi? Siamo convinti di essere autonomi nelle nostre decisioni, eppure basta un commento, uno sguardo di disapprovazione o il silenzio di qualcuno a farci mettere in discussione persino le nostre certezze. Mi interessava esplorare questo territorio invisibile nel quale si costruisce la nostra identità, spesso attraverso il confronto con gli altri. Il giudizio, il bisogno di approvazione, il desiderio di appartenenza sono esperienze profondamente umane, ma possono diventare gabbie quando smettiamo di riconoscerne il peso. A un potenziale lettore direi che questo libro non promette di insegnargli a vivere, anche perché diffido di chi sostiene di avere trovato la formula giusta per farlo. Offre piuttosto uno specchio, qualche chiave di lettura e la possibilità di osservare con maggiore consapevolezza quei comportamenti che consideriamo normali soltanto perché li ripetiamo da sempre.

- Lei scrive di aver affrontato l’argomento da più prospettive, coniugando la formazione psicologica con l’esperienza giornalistica e con l’osservazione delle dinamiche del mondo professionale. Quali aspetti di queste tre prospettive ha riversato nella realizzazione dell’opera?
Credo che queste tre dimensioni abbiano contribuito soprattutto a impedirmi di guardare le persone da un’unica prospettiva. La laurea in Psicologia mi ha fornito gli strumenti teorici per comprendere i processi che influenzano il comportamento individuale e collettivo. Il giornalismo mi ha insegnato a osservare, ascoltare, verificare e, soprattutto, a non accontentarmi della prima spiegazione disponibile. Il mondo professionale, invece, è uno straordinario laboratorio di relazioni umane, perché nelle organizzazioni convivono ambizioni, insicurezze, gerarchie, alleanze e bisogni di riconoscimento. Mi sono resa conto che certi meccanismi attraversano indistintamente la vita privata e quella lavorativa. Pensiamo al bisogno di essere accettati, alla paura di esprimere un’opinione contraria o alla tendenza ad adeguarsi al gruppo per evitare un conflitto. Ho cercato di raccontare proprio questa continuità. Le persone non smettono di essere esseri umani quando entrano in ufficio, così come non diventano improvvisamente immuni dai condizionamenti quando tornano a casa.
- Ho apprezzato molto il fatto che ogni argomento parta da un esempio concreto di una situazione capitata almeno una volta nella vita a tutti. Quanto è importante calare qualcosa di astratto come la psicologia nella nostra realtà per veicolare meglio un dato messaggio?
Per me è fondamentale. La psicologia non abita soltanto nei manuali universitari, ma soprattutto nelle nostre giornate. È presente quando cancelliamo un messaggio perché temiamo di essere fraintesi, quando ridiamo a una battuta che non troviamo divertente oppure quando cambiamo opinione perché tutti gli altri sembrano pensarla diversamente. Partire da situazioni riconoscibili permette al lettore di entrare in contatto con un concetto prima ancora di conoscerne la definizione scientifica. Ho sempre pensato che la conoscenza diventi davvero utile quando riesce a illuminare qualcosa che abbiamo vissuto senza riuscire a comprenderlo fino in fondo. Inoltre, gli esempi quotidiani hanno un pregio: ridimensionano quella convinzione, piuttosto diffusa, secondo cui certi comportamenti riguarderebbero soltanto gli altri. In realtà siamo tutti influenzabili, tutti contraddittori e, qualche volta, anche magnificamente incoerenti.
- Altra cosa che mi è piaciuta è lo stile molto diretto e privo di tecnicismi, cosa che rende la fruizione del testo più agile per tutti. Viene da pensare che sia una sorta di antidoto per quei lettori spaventati dalla prospettiva di trovarsi di fronte a qualcosa di incomprensibile, cosa pensa a riguardo?
La ringrazio, perché era esattamente uno degli obiettivi che mi ero posta. Ho un grande rispetto per il linguaggio scientifico, che ha una funzione indispensabile nei contesti specialistici. Tuttavia, quando ci rivolgiamo a un pubblico ampio, credo sia necessario trovare un equilibrio tra precisione e accessibilità. La complessità di un pensiero non dovrebbe essere misurata dalla difficoltà delle parole utilizzate per esprimerlo. Anzi, riuscire a spiegare un concetto articolato con chiarezza richiede spesso un lavoro maggiore. Non volevo scrivere un testo che facesse sentire il lettore impreparato. Volevo che potesse riconoscersi, interrogarsi e magari sorridere di qualche propria contraddizione. La divulgazione, quando è fatta con attenzione, non impoverisce il sapere. Gli permette di uscire dalle biblioteche e di entrare nella vita delle persone.
- L’opera ha anche dei risvolti pratici, come dei “compiti a casa” per comprendere determinate situazioni. Come è nata questa idea e quale spera sia il suo risultato?
È nata dal desiderio di non lasciare il lettore soltanto con una serie di riflessioni teoriche. Possiamo comprendere perfettamente un concetto e continuare, il giorno successivo, a comportarci esattamente come prima. Mi interessava creare delle piccole occasioni di osservazione personale. Non esercizi terapeutici, naturalmente, ma inviti a interrogarsi sulle proprie reazioni e sulle abitudini che spesso mettiamo in atto automaticamente. Per esempio, fermarsi a riflettere su quante volte abbiamo detto sì quando avremmo voluto dire no, oppure su quanto il giudizio altrui abbia pesato in una decisione importante. Non mi aspetto che un libro trasformi improvvisamente la vita di qualcuno. Sarebbe una promessa poco seria. Mi piacerebbe, però, che aiutasse il lettore a riconoscere un automatismo proprio mentre si sta verificando. A volte la consapevolezza comincia così: con un piccolo istante di esitazione prima di ripetere un comportamento abituale.
- Mi ha colpito molto il concetto di riconoscere l’influenza degli altri per essere più liberi, imparando a vivere in relazione con gli altri conservando la possibilità di pensare con la nostra testa. In un mondo che esalta sempre più l’omologazione quanto è forte un simile messaggio?
Credo sia uno dei messaggi centrali del libro. Siamo esseri sociali e abbiamo bisogno degli altri per costruire la nostra identità. Sarebbe ingenuo immaginare una libertà completamente svincolata dalle relazioni, perché il confronto è parte integrante della nostra crescita. Il problema nasce quando il desiderio di appartenere diventa più forte della possibilità di dissentire. Oggi siamo continuamente esposti a modelli di comportamento, opinioni dominanti e rappresentazioni di ciò che dovremmo essere. Il rischio è confondere ciò che viene approvato con ciò che è giusto per noi. Eppure, pensare con la propria testa non significa contraddire sistematicamente gli altri. Anche il bisogno di essere sempre controcorrente può trasformarsi in una forma di dipendenza dal giudizio esterno. La libertà, a mio avviso, consiste nel poter scegliere consapevolmente quando condividere un’opinione e quando prendere le distanze, senza vivere il dissenso come una minaccia alla propria appartenenza.
- Una buona parte del testo è dedicata al mondo virtuale che ha inevitabilmente modificato il modo di vivere delle persone. Quali sono secondo lei gli ambiti in cui i social hanno avuto maggiore influenza?
Direi soprattutto nella costruzione dell’identità, nella percezione di sé e nella qualità delle relazioni. I social hanno introdotto una dimensione nuova: non ci limitiamo più a vivere un’esperienza, ma spesso sentiamo il bisogno di mostrarla, raccontarla e verificarne l’accoglienza attraverso le reazioni degli altri. Il consenso è diventato visibile, numerabile, immediato. Un tempo potevamo soltanto immaginare cosa pensassero gli altri di noi; oggi abbiamo a disposizione una quantità impressionante di indicatori, dai like alle visualizzazioni, che rischiamo di interpretare come misure del nostro valore personale. Un altro aspetto riguarda il confronto sociale. Siamo esposti quotidianamente a versioni selezionate delle vite altrui e finiamo per confrontare la nostra realtà, con tutte le sue imperfezioni, con immagini accuratamente costruite. Non credo, però, che i social siano soltanto un problema. Hanno ampliato le possibilità di conoscenza, partecipazione e relazione. La questione è comprendere quanto influenzino il nostro modo di percepirci, senza attribuire loro un potere assoluto.
- Rimanendo sul tema dei social, qual è il suo rapporto con questa realtà?
Direi intenso, professionale e, qualche volta, decisamente conflittuale. Lavorando nella comunicazione e nel giornalismo, utilizzo quotidianamente i social e ne riconosco le enormi potenzialità. Sono strumenti straordinari per condividere contenuti, promuovere la cultura e creare connessioni che altrimenti sarebbero difficili. Allo stesso tempo, proprio perché li conosco e li utilizzo, cerco di mantenere uno sguardo critico. Mi incuriosisce osservare come una frase possa diventare virale mentre una riflessione articolata passi quasi inosservata. Oppure come persone molto riservate nella vita reale riescano a trasformarsi in giudici inflessibili dietro uno schermo. Confesso che qualche volta anch’io mi ritrovo a scorrere contenuti senza un motivo preciso. Poi me ne accorgo, mi rimprovero e, naturalmente, continuo ancora per qualche minuto. Del resto, studiare i condizionamenti sociali non significa esserne immuni. Significa almeno avere qualche strumento in più per riconoscerli.
- La psicologia è sempre un campo affascinante e spesso romanzi gialli e thriller hanno alla base una forte componente di questa scienza. Perché il lettore è attratto da questo aspetto secondo lei?
Perché il comportamento umano resta uno dei misteri più affascinanti che abbiamo davanti. Nei gialli e nei thriller non ci interessa soltanto scoprire chi abbia commesso un delitto. Vogliamo capire perché lo abbia fatto, quali motivazioni lo abbiano guidato e cosa si nasconda dietro una scelta apparentemente incomprensibile. La psicologia permette di entrare in quella zona ambigua nella quale convivono desideri, paure, contraddizioni e conflitti interiori. Credo che il lettore sia attratto anche dalla possibilità di osservare aspetti oscuri dell’esperienza umana mantenendo una distanza di sicurezza. Attraverso la finzione possiamo avvicinarci a comportamenti che nella realtà ci spaventerebbero. C’è poi un elemento che considero particolarmente interessante: la nostra tendenza a cercare spiegazioni coerenti anche dove il comportamento umano è tutt’altro che lineare. Forse amiamo tanto i misteri perché ci illudono che, alla fine, ogni cosa possa trovare una spiegazione. Nella vita reale, purtroppo, non sempre arriva il capitolo conclusivo in cui tutto diventa chiaro.
- In conclusione, ringraziandola per la disponibilità, quale vorrebbe fosse il messaggio che il lettore dovrebbe portarsi dentro al termine della lettura?
Vorrei che portasse con sé una maggiore indulgenza verso le proprie fragilità, accompagnata però da una consapevolezza più lucida delle proprie scelte. Ci condizioniamo reciprocamente molto più di quanto immaginiamo. Cerchiamo approvazione, temiamo il rifiuto, desideriamo essere riconosciuti e qualche volta rinunciamo a una parte di noi pur di non sentirci esclusi. Non credo che la soluzione sia diventare impermeabili al giudizio altrui. Sarebbe impossibile e, probabilmente, ci priverebbe anche della ricchezza che nasce dal confronto. Mi piacerebbe che il lettore comprendesse che possiamo ascoltare gli altri senza consegnare loro il diritto di definirci. C’è una differenza enorme tra lasciarsi arricchire da una relazione e permettere che quella relazione stabilisca quanto valiamo. Se, chiudendo il libro, qualcuno riuscisse a guardarsi con un po’ meno severità e a chiedersi, prima di una scelta importante, «Lo desidero davvero oppure sto cercando di non deludere qualcuno?», sentirei di aver raggiunto il mio obiettivo. Perché non diventiamo noi stessi lontano dagli altri, ma nemmeno possiamo diventarlo vivendo esclusivamente attraverso i loro occhi.
Intervista di Enrico Spinelli
LA MENTE DEGLI ALTRI – Lisa Di Giovanni


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