Abbiamo intervistato Gabriele Marangoni e approfondito vari aspetti legati a Gian Piero Reverberi e raccontati in Concerto futurissimo

Intervista n. 336
Buongiorno e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Rispetto alle tue opere precedenti che toccavano ambiti musicali eterogenei attorno a un unico tema stavolta ti sei concentrato su un unico protagonista che ha legato il suo nome a generi musicali eterogenei. Cosa ti ha spinto a prendere una strada per certi versi “ribaltata” rispetto al passato?
Ciao Enrico e grazie a te per lo spazio che mi dedichi. Ci sono due risposte a questa domanda: la prima è che volevo confrontarmi con una scrittura, per così dire, “diversa” dalle cose già fatte; la seconda, e decisamente più importante, è la massima disponibilità con cui Reverberi si è “prestato” a questo esperimento.

Come si è sviluppato il lavoro e soprattutto la collaborazione con Gian Piero Reverberi? In cosa ti ha sorpreso e quali sono state le opportunità che ti si sono presentate?
Il primo contatto con Reverberi è stato all’inizio dell’estate del 2025. Ci siamo trovati a Genova, a casa sua, per ragionare su una possibile pubblicazione che già da subito non voleva essere una biografia in senso stretto ma qualcosa che parlasse della sua musica in maniera “precisa e sintetica”, come direbbe lui, e comunque accessibile. Da allora, ci siamo visti di persona qualche altra volta e sentiti pressoché quotidianamente man mano che la scrittura proseguiva. Le sorprese sono state davvero tante, così come le opportunità. Innanzitutto, Reverberi – classe 1939 – è una “macchina da guerra” nel senso più ampio del termine, e conserva ancora una lucidità, una presenza e un’energia davvero invidiabili. Accedere ai suoi manoscritti, poi, o vederlo all’opera come pianista e come direttore d’orchestra, soprattutto durante le prove di Rondò Veneziano, è un’esperienza che auguro davvero a chiunque, musicista o no.
Nel parlare di un artista importante e stimato c’è sempre il rischio di essere o troppo approssimativi o troppo celebrativi, tu sei riuscito a mio avviso a rimanere a giusta distanza da entrambi, realizzando un ritratto completo ed efficace di Gian Piero Reverberi. Con quale criterio ti sei mosso?
Ti ringrazio per le belle parole. Tutto il processo si è svolto nella più totale trasparenza da entrambe le parti: se qualcosa non aveva, per così dire, “resistito alla prova del tempo”, lo abbiamo condiviso e basta. Anche perché è legittimo che una composizione di cinquant’anni fa possa essere assolutamente trascurabile oggi. In questo senso, la selezione iniziale fatta insieme è stata particolarmente preziosa.
Mi ha molto colpito e anche emozionato il breve ma significativo passaggio biografico iniziale. Quanto può essere sorprendente il fatto che il destino di un artista bussi alla sua porta in tempi e in una situazione non sospetti?
In verità, su questo fronte Reverberi è davvero poco “romantico”, e forse anche questo lo ha aiutato negli anni a vedere gli artisti con cui collaborava dalla giusta prospettiva. Alla fine per lui si trattava di “lavoro”, e cercava di farlo nel migliore dei modi, ma senza alcuna ambizione di “scrivere la Storia” della musica italiana o internazionale. C’era tutto da inventare, e lui sicuramente aveva i mezzi tecnici per farlo molto più di altri.
Hai giustamente messo Gian Piero Reverberi tra i grandi protagonisti della Storia della musica, eppure qual è secondo te il motivo per cui al di là dei conoscitori il suo nome non sia magari il primo a saltare in mente?
Secondo me ci sono almeno tre risposte. La prima è che “chi lavora dietro le quinte” – che sono le figure che personalmente prediligo – raramente riceve i riconoscimenti che meriterebbe. La seconda è che in quanto fratello dell’altrettanto celebre Gian Franco Reverberi, spesso le due esperienze si accavallavano o si confondevano. La terza, ma è un’opinione del tutto personale, è che chi scrive o scriveva colonne sonore (faccio senza fare nomi) gode e godeva di un trattamento senza dubbio migliore.
Rimanendo nell’ambito della sottovalutazione, in musica spesso e volentieri si esaltano i musicisti, i cantanti, al massimo gli autori e se proprio vogliamo i produttori. Per quale motivo si lasciano spesso in fondo alla lista gli arrangiatori e quanto è fondamentale la loro mano nel trasformare un’opera in un capolavoro?
Perché il mestiere dell’arrangiatore è sempre stato considerato “bassa manovalanza” (“roba da AI” si direbbe oggi), ed è innegabile che negli anni Sessanta tanti musicisti o presunti tali si improvvisassero arrangiatori dopo aver letto qualche manuale di orchestrazione trovato chissà dove. Reverberi è prima di tutto un compositore, e anche per questo negli anni il suo contributo è stato di spessore ben diverso.
Gian Piero Reverberi ha collaborato con veri e propri giganti di varie realtà musicali, qual è stata la collaborazione o la realizzazione che maggiormente ti ha sorpreso?
Ne cito due per motivi diametralmente opposti: Ivan Graziani per l’impronta contemporanea che è riuscito a dare al suo album del 1983 ed Eros Ramazzotti per l’orchestrazione a cavallo tra Broadway e Hollywood di Musica è del 2007.
Un’altra cosa che mi ha colpito molto è la varietà di artisti con cui il nostro ha collaborato, nomi di diversa caratura. In un mondo come quello attuale dove spesso prevale una sorta di elitarismo da parte dei nuovi maestri, presunti o tali che siano, qual è il messaggio che porta con sé una simile esperienza professionale?
Il messaggio è che “il lavoro è lavoro”. Punto. Può capitare di collaborare con chi ha più o meno “sale in zucca” o con chi ha più o meno talento, ma poi ogni artista fa storia a sé a prescindere da quanto possa essere promettente. Di certo, quando possibile, Reverberi preferiva lavorare con chi artisticamente ai suoi occhi poteva garantire un minimo di continuità, ma è un discorso che penso che valga per chiunque.
Una lunga parte del libro è dedicata a una creatura per certi versi peculiare nella Storia della nostra musica, i Rondò Veneziano. Come li presenteresti a chi non ne sa niente?
Rondò Veneziano abbraccia un arco temporale lunghissimo nella carriera di Reverberi e non poteva essere tralasciato, anche se da subito eravamo entrambi decisi a non voler fare un libro “su” Rondò Veneziano, preferendo dedicare spazio a esperienze meno note, e soprattutto, alla musica colta da lui firmata. A chi non ne sa niente, suggerirei semplicemente di andarli a sentire dal vivo, ora che l’ensemble è tornato in attività sotto la guida dell’ottimo Maestro Stefano Marchioro, collaboratore di lunga data di Reverberi.
La parte finale è dedicata a una lunga e interessante intervista al maestro, qual è il valore aggiunto e in che modo arricchisce un testo la voce del diretto interessato?
Ci sembrava il modo migliore di chiudere il saggio, con qualche aneddoto, qualche nota di Reverberi sulla musica di oggi e qualche “sassolino nelle scarpe” da togliere dopo tanti anni. Alla fine, il risultato è un po’ agrodolce, ma credo anche che sia giusto così.
Non posso chiudere senza ringraziarti e senza chiederti, da buon marinaio dell’oceano della Musica quale sei, se hai già in testa un nuovo orizzonte letterario verso cui puntare.
Grazie a te, come sempre. Sai bene che non riesco a rimanere con le mani in mano… sto lavorando per il 2027, ma non ti anticipo niente!
Intervista di Enrico Spinelli
CONCERTO FUTURISSIMO. Invito all’ascolto della musica di Gian Piero Reverberi – Gabriele Marangoni
CONCERTO FUTURISSIMO. Invito all’ascolto della musica di Gian Piero Reverberi – Gabriele Marangoni


Commenta per primo