JUSTINE, di Lawrence Durrell (Einaudi)

Per caso — o forse per una di quelle ricerche dentro un’altra ricerca — mi sono imbattuta nel 𝑄𝑢𝑎𝑟𝑡𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐴𝑙𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑑𝑟𝑖𝑎. Non lo conoscevo.
È un’opera di Lawrence Durrell in quattro volumi: 𝐽𝑢𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒 (1957), 𝐵𝑎𝑙𝑡ℎ𝑎𝑧𝑎𝑟 (1958), 𝑀𝑜𝑢𝑛𝑡𝑜𝑙𝑖𝑣𝑒 (1958), 𝐶𝑙𝑒𝑎 (1960). Tutto ruota attorno a Justine, che apre le danze nel primo libro. Cambi di prospettiva, salti nel tempo, un gioco di specchi. Una spirale. Un caleidoscopio.
Mi ha catturata.
I temi portanti del libro: amore, memoria, ricerca. E su tutto, la città. Alessandria con i suoi vicoli, i suoi palazzi, le strade affollate — e ovunque odore di gelsomino e polvere di deserto. E le impronte azzurre di mani infantili sui muri, segno di protezione contro il malocchio.
Quattro sono i personaggi centrali. Viene spontaneo pensare che siano gli stessi dei titoli, ma no. C’è Justine e suo marito Nessim Hosnani, ricchissimo finanziere copto; Melissa, ballerina greca di cabaret; e Darley, il narratore — che nel testo non ha nemmeno un nome, lo scopriamo solo in 𝐶𝑙𝑒𝑎 (o leggendo la prefazione).
𝐽𝑢𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒 si apre con Darley su un’isola greca, un assolato promontorio delle Cicladi dove il vaporetto per Smirne fa scalo una volta al mese. Non è solo: ha con sé la bambina di Melissa, a cui dà il nome di Justine.
Quando arriva sull’isola, tutto è già accaduto.
È da lì che Darley inizia a riportare i fatti, non in ordine cronologico, ma secondo quelli che considera più importanti, quelli che gli sono rimasti più impressi.
In superficie è la storia di un duplice tradimento: Justine con Darley, Nessim con Melissa. Ma quando intervengono i sentimenti — amore, amicizia, gelosia — tutto si complica e nulla appare per ciò che è.
Darley ama Melissa attraverso Justine e viceversa. Nessim vede in Melissa quella tenerezza a cui non è abituato. Justine si nasconde dietro a Darley per sopprimere l’amore per suo marito — vittima di una violenza infantile che le ha reso impossibile amare davvero.
Come un libro nel libro, ci sono pezzi tratti dall’opera del primo marito di Justine, Jacob Arnauti. Nel suo 𝑀œ𝑢𝑟𝑠 — costumi, abitudini morali — racconta la vita di Claudia, alias Justine.
A questo si intrecciano parti dei diari scritti da Justine stessa.
Il tutto intessuto ad arte da Darley.
La terza parte si apre con una descrizione meravigliosa del Khamsin: vento caldo e polveroso che soffia in Egitto per circa cinquanta giorni all’anno. Durrell scrive: “𝑉𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙’𝑎𝑙𝑏𝑎 𝑖 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑒𝑟𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟 𝑐𝑎𝑛𝑎𝑝𝑎, 𝑝𝑜𝑖 𝑠𝑖 𝑠𝑐𝑢𝑟𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑒𝑛𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑔𝑜𝑛𝑓𝑖𝑎𝑛𝑑𝑜𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑟 𝑢𝑠𝑐𝑖𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑛𝑢𝑣𝑜𝑙𝑒, 𝑜𝑡𝑡𝑎𝑣𝑒 𝑔𝑖𝑔𝑎𝑛𝑡𝑒𝑠𝑐ℎ𝑒 𝑑’𝑜𝑐𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑠𝑠𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝐷𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑐𝑜𝑟𝑟𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑢𝑛 𝑣𝑢𝑙𝑐𝑎𝑛𝑜. 𝐿𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎̀ 𝑠𝑖 𝑒̀ 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑒𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑒 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑎𝑠𝑠𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜.”
Alessandria con il suo vento e la sua natura che la avvolgono. Come quella silenziosa del lago Mareotide — lago salmastro a ovest del delta del Nilo, che il Mediterraneo sfiora senza toccare. Alessandria sorge proprio sulla striscia di terra che li separa.
Ogni anno Nessim organizzava una caccia all’anatra su quelle acque. Bella la descrizione dei preparativi: le vettovaglie, la servitù, l’abbigliamento da caccia, i capanni per la notte. E poi quando arriva il buio — il rumore dell’acqua, la vita nell’oscurità, il respiro del pantano. L’attesa per la caccia. E la paura che sia stata programmata per eliminare non solo qualche anatra.
Nel Quartetto, Durrell omaggia Costantino Kavafis — per il quale Alessandria non era uno sfondo, ma una musa.
Nell’aria di Alessandria — se ne avverte l’odore fra le pagine — aleggia 𝐽𝑎𝑚𝑎𝑖𝑠 𝑑𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑒: il profumo di Justine, il cui nome significa mai. Mai pace, mai amore, mai.
E intorno ai quattro protagonisti, un vortice di personaggi: Cohen, Pombal, Pursewarden, Scobie. E ancora Mnemjian — barbiere babilonese, nano, occhi violetti — che conosce tutti i segreti di Alessandria.
Durrell scrive, Darley racconta, a noi non resta che leggere. La storia non è lineare, Alessandria non è lineare, Justine non è lineare. All’inizio si fa fatica — ma è una fatica che ha un sapore.
Pensieri sparsi — frammenti di ricordi presi a casaccio, come tessere di un puzzle. Da soli non dicono niente, ma unendosi formano l’immagine dipinta nella mente di Durrell.
Adesso tocca a 𝐵𝑎𝑙𝑡ℎ𝑎𝑧𝑎𝑟 farsi avanti
Recensione di Monica Battaglia


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