Abbiamo intervistato Matteo Cavezzali partendo dal suo ultimo romanzo I fratelli Meraviglia

 

Intervista n. 335

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Come prima cosa le chiederei di presentarci il suo ultimo romanzo “I fratelli Meraviglia“.

È un romanzo ispirato alla vera (e incredibile) storia di due fratelli durante il fascismo e poi la seconda guerra mondiale. Il fratello maggiore, Alfredo, scomparve, e il minore, Franco di appena sedici anni, fuggì di casa per ritrovarlo attraversando l’Italia e l’Europa durante la guerra intraprendendo una avventura che ha dell’impossibile. Una vicenda vera che sarebbe stato difficile inventare per quanto è incredibile.

 

 

 

A cosa si è ispirato per la realizzazione di questo lavoro e quale aspetto di questa storia l’ha colpita al punto da volerla raccontare?

Quando ho sentito la prima volta questa storia ero un bambino. Poi da adulto ho ritrovato accidentalmente una cassa di legno a casa di mia nonna in cui erano custoditi tutti i documenti, le lettere, i diari e le foto che riguardavano questa vicenda. Ho immediatamente abbandonato tutto quello a cui stavo lavorando per mettermi a capofitto su questa storia. Ci ho messo quasi quattro anni per raccontarla, ma ne è valsa la pena.

Protagonisti sono due fratelli, Alfredo e Franco, quali sono gli elementi che li contraddistinguono?

Alfredo e Franco sono, come spesso accade ai fratelli, uno l’opposto dell’altro. Alfredo è molto maturo per la sua età, va bene a scuola e pianifica meticolosamente il suo futuro. Franco invece è un ragazzo ribelle, non vuole rientrare nei ranghi e vorrebbe esplorare il mondo. Sono molto diversi, e per questo spesso litigano, ma quando avranno bisogno l’uno dell’altro saranno disposti a tutto pur di sostenersi.

L’arrivo della guerra sconvolge le loro vite e li separa e la determinazione aiuterà Franco a cercare il fratello nel mezzo dei combattimenti e dei morti. Quale potere ha l’affetto fraterno in questo caso e, volendo allargare il concetto di fratellanza, come strumento antibellico a suo dire?

Quando scoppia la guerra Alfredo scompare, e Franco si convince che senza di lui il fratello non si sarebbe salvato. La cosa che mi ha colpito fin da subito di Franco è il suo ribaltare la narrazione dell’epoca. Allora, come oggi, le guerre vengono dichiarate da vecchi uomini potenti di che si odiano tra loro, ma che mandano ragazzi che non hanno niente gli uni contro gli altri ad uccidersi tra loro. Franco invece quando vede qualcuno, che sia tedesco o americano, vede in lui prima di tutto un ragazzo della sua età, e allora fa la cosa più rivoluzionaria di tutte: ci parla. Se parli con una persona scopri che avete molte più cosa in comune di quelle che vi differenziano, e così non è più possibile ucciderla. A suo modo ribalta gli schemi, ed è una lezione che oggi, in un mondo nuovamente infiammato dai conflitti, dovremmo tenere a mente.

Anche in questo romanzo come ne “Il labirinto delle nebbie” parte da un evento storico visto da una prospettiva diversa ma non meno suggestiva. Quanto può contribuire secondo lei questo approccio nel far sentire la Storia come qualcosa che fa parte di noi e della nostra memoria?

La storia è ciò che ci ha portato all’oggi, nel bene e nel male. Sono i sacrifici fatti per ottenere la democrazia e rigettare la dittatura, ed è la violenza che ha sconvolto l’Europa e ha causato milioni di morti. Ricordare è l’unico antidoto che abbiamo per non commettere sempre gli stessi errori. Quando vedo quante cose di quegli anni riecheggiano nel dibattito pubblico di oggi la cosa mi spaventa molto, ma siamo ancora in tempo per modificare la rotta, perché siamo noi a decidere. Non dobbiamo cadere vittima dei nostri istinti peggiori come già troppe volte abbiamo fatto.

 

 

Quali sono per lei gli elementi fondamentali di una storia e quali gli aspetti su cui preferisce soffermarsi? E ancora, quale messaggio o sensazione vorrebbe che restasse in testa al lettore?

Mi interessava raccontare questa storia senza preconcetti. Per farlo l’ho osservata attraverso gli occhi di due adolescenti, Alfredo e Franco, e mi sono lasciato guidare da loro. Erano nati sotto il fascismo e quindi erano cresciuti nella sua propaganda. È interessante capire come la loro consapevolezza giunga gradualmente, e come rinnegare quel passato per loro diventi anche rinnegare una parte di sé, e quindi riuscire a crescere e diventare adulti.

Non posso non chiederle qualcosa su una sua opera che al tempo mi colpì molto, “Nero d’inferno”. Che ricordi ha di quell’opera, della sua realizzazione e di come è stata recepita dal pubblico?

Sono molto legato a “Nero d’inferno” perché è un racconto di una pagina rimossa della nostra storia, ovvero l’emigrazione degli italiani negli Stati Uniti e del razzismo e le violenze che hanno dovuto sopportare, e di come quel clima di odio portò poi a ad atti violenti molto cruenti. Credo sia oggi ancora più attuale di quando uscì. È incredibile come anche un popolo come il nostro che ha storicamente subito un razzismo così duro e violento possa dimenticare tutto e ripetere lo stesso schema verso altre persone.

 

 

Proprio in quel libro c’è un passaggio che secondo non sfigurerebbe nei programmi scolastici, una sorta di “catena del razzismo” tra tutti i gruppi etnici presenti sul suolo americano. Quanta attualità c’è in quel momento? E cosa non sta funzionando secondo lei se di passi in avanti se ne sono fatti pochi?

Il razzismo è un fenomeno molto complicato, che parte dalla paura. Chi si sente ai margini della società cerca sempre qualcuno con cui prendersela, per molto tempo l’avversario di tale odio erano i ricchi e i padroni, poi l’individualismo ha fatto cadere l’idea di lotta di classe. Ora ognuno è solo e spaventato, e lo straniero è la cosa più semplice di cui avere paura. C’è chi ha alimentato e continua ad alimentare queste paure, e chi le ha sottovalutate. Entrambi questi comportamenti hanno portato a peggiorare la situazione anziché risolverla, e oggi ci troviamo in un punto critico da cui sarà difficile tornare indietro. Una possibile soluzione sarebbe quella di comprendere che il pianeta sta bruciando, e che in futuro tutti saremo costretti a spostarci, e l’unica cosa che possiamo fare è collaborare. Quando non avremo più nessuna scelta forse ci decideremo a farlo davvero.

Viviamo in un mondo dove tutto o quasi passa per i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

Sui social mi sento come qualcuno che è a una festa a cui non è stato invitato. Vedi gli altri che si divertono attorno a te e pensi “ok, forse dovrei divertirmi anche io”, ma non ci riesci. I social sono troppo veloci, troppo caotici, troppo incentrati sull’essere sensazionalistici. È difficile fare qualcosa che non sembri stupido su quelle piattaforme, ci sto provando ma spesso quando rivedo le cose che faccio penso “forse era meglio se a questa festa non partecipavi”.

Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità e restando sul tema della comunicazione. Visto che su quel fronte è molto attivo le chiedo un’opinione sui podcast, sul loro utilizzo e sulle loro potenzialità.

Ecco il podcast mi convince di più. Ha tempi più dilatati, e soprattutto non ha l’immagine, e quindi si toglie dalla dittatura del mostrare sempre tutto. (Alcuni podcast sono podcast video lo so, ma quelli non mi interessano, o meglio mi interessano solo se funzionano anche senza video). Ascoltare un podcast narrativo è qualcosa di più simile a leggere, e quindi mi piace ascoltarli e anche farli. Credo sia un mezzo che ha ancora molte potenzialità poco esplorate.

Intervista di Enrico Spinelli

 

I FRATELLI MERAVIGLIA – Matteo Cavezzali

I FRATELLI MERAVIGLIA Matteo Cavezzali

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