Abbiamo intervistato Scilla Salvi toccando vari temi attorno al suo romanzo Il lato disumano

Abbiamo intervistato Scilla Salvi toccando vari temi attorno al suo romanzo Il lato disumano

 

Scilla Salvi

 

Intervista n. 333

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiedo di presentarci il suo nuovo romanzo “Il lato disumano”.

Il lato disumano è un thriller psicologico profondo e teso che scava nei meandri più complessi dell’animo umano. Stella Bono è la testimone chiave in un processo per istigazione al suicidio che ha sconvolto la provincia bergamasca; si ritrova a portare il peso della verità per quelle giovani vite spezzate, ma custodisce un segreto oscuro nell’abisso del suo cuore. Alina è una donna di origini ucraine, che ha scontato una lunga condanna in carcere, con l’accusa più infamante per una madre: l’omicidio della propria figlia scomparsa. Ma quando, a vent’anni di distanza, giunge una segnalazione inaspettata, qualcuno proverà ad aiutarla a far luce sulla verità. All’apparenza, Stella e Alina non hanno nulla in comune. Vivono in mondi lontani, separate dal tempo e dal dolore. Eppure, le loro esistenze viaggiano su  binari destinati a collidere.

 

 

Quest’opera giunge a 3 anni di distanza da “Fiori recisi” e segue le vicende di Stella Bono. Come è maturato questo personaggio?

Ci tengo a fare una precisazione: Il Lato Disumano non è da considerarsi esattamente un sequel di Fiori Recisi, perché non è necessario aver letto il primo per poter capire il secondo. Stella Bono era la protagonista di Fiori Recisi: una giovane con un passato oscuro, che era causa dei suoi problemi psicologici e delle sue dipendenze. Nel primo romanzo abbiamo attraversato il suo travaglio interiore, lo abbiamo sentito dentro e ci siamo persi insieme a lei. L’abbiamo lasciata sull’orlo di un precipizio emotivo, con un finale aperto che poteva evolvere in diverse direzioni. Ne Il Lato Disumano la ritroviamo apparentemente più risolta, con i piedi più saldi a terra, sotto i riflettori di un caso mediatico di cronaca nera. Ha un lavoro e dei rapporti sociali reali. Ma è davvero salva?

 

 

In parallelo a lei troviamo Alina, un’altra persona più complessa di quel che potrebbe sembrare, quali sono i suoi aspetti principali?

Alina ci accompagna durante tutto il romanzo, la conosciamo giovane, bellissima e con pochi valori, e la osserviamo crescere, soffrire e invecchiare, sfiorendo esternamente, ma arricchendosi di una bellezza che prima non aveva mai avuto. È un esempio di forza e pervicacia, ci offre alcune riflessioni sull’importanza dei legami profondi, siano essi di sangue o di amicizia.

C’è poi a mio avviso un altro protagonista e ce lo suggerisce proprio il titolo del libro, la disumanità. Questa si ritrova a vari livelli, tanto nei pregiudizi e nella sentenza facile della gente quanto nella cerchia di conoscenti sia di Stella che di Alina. Cosa pensa a riguardo?

IL LATO DISUMANO ti mette davanti a uno specchio; quello di una società che spesso mostra il suo lato peggiore, per esempio nella spettacolarizzazione delle tragedie altrui, cosa che accade quotidianamente nei programmi di cronaca nera attuali. A livello più profondo, vorrei che arrivasse la consapevolezza che il confine tra ciò che è “umano” e “disumano” è molto più sottile di quanto pensiamo e che tutti noi, messi in condizioni particolari, potremmo compiere qualcosa che non avremmo mai pensato di fare. Nessun personaggio del romanzo è totalmente buono o totalmente cattivo, per questo sono tutti egualmente “umani”

La psicologia gioca un ruolo fondamentale per comprendere certe dinamiche tanto di questo romanzo quanto del precedente, che lavoro di ricerca c’è stato alla base?

La psicologia mi ha sempre molto affascinata, e sono stata sul punto di sceglierla come percorso professionale. Per delineare al meglio i personaggi del romanzo, rendere verosimili le loro azioni, e giustificare le loro reazioni, ho dovuto affrontare la loro psicologia in maniera scrupolosa e per farlo è stato necessario fare ricerca, leggere, confrontarmi con chi ha avuto esperienze simili o con chi le affronta per professione. Per scrivere IL LATO DISUMANO ho dovuto anche studiare cosa accade in un’aula di tribunale e masticare un po’ di floricoltura, cose che sono molto lontane dalla mia formazione.

“Fiori recisi” era narrato in prima persona e aveva il merito, nella sua durezza, di portare il lettore dentro la mente stessa di Stella e dentro le sue fragilità. Ne “Il lato disumano” invece il racconto assume una connotazione più corale, ad abbracciare persone diverse e mostrandone non tanto la fragilità quanto la ricerca di tornare a galla dopo aver toccato il fondo, è corretto?

Come scrittrice mi piace mettermi alla prova. Scrivere in prima persona è tecnicamente più semplice e permette al lettore di immedesimarsi più facilmente nel personaggio narrante, come accade in Fiori Recisi, che rappresenta un viaggio nella mente di una ragazza disturbata. Con IL LATO DISUMANO ho voluto fare un lavoro più complesso: raccontare due storie diverse, con più personaggi principali, su piani temporali differenti, per poi farle collimare, fino a renderle necessarie l’una al proseguimento dell’altra. Ho valutato che la terza persona fosse la scelta migliore. Il denominatore comune a tutti i personaggi è che ognuno sta cercando qualcosa, chi la verità, chi la quiete della coscienza, chi la libertà…

Quando abbiamo conosciuto Stella era una donna sola, piena di amici “immaginari” legati alla sua dipendenza, con un passato famigliare funestato e ricco di ombre e con una vita sentimentale travagliata. Quanto e diffusa questa realtà intorno a noi a suo avviso?

Penso sia più diffusa di quanto immaginiamo. A volte crediamo che il piccolo fazzoletto di mondo che occupiamo sia una rappresentazione del totale, ma basta guardarsi attorno per capire che non è così. Ci sono tante storie di sofferenza e privazioni intorno a noi.

Sia le vicende di Stella che di Alina si svolgono nel contesto di ambienti familiari benestanti e apparentemente privi di problemi che tuttavia celano i propri lati oscuri. Quanto è facile in certe realtà tenere nascosti i propri scheletri nell’armadio e quanto può essere deflagrante la loro rivelazione rispetto a un ambiente più comune?

Ho focalizzato l’attenzione su contesti d’agiatezza poiché li ritengo terreno fertile per l’ipocrisia. Quando la ricerca del denaro e dello status sociale diventa un’ossessione, l’individuo si impoverisce dentro, smarrendo gradualmente la propria componente più umana.

Uscendo dal romanzo e guardando alla realtà si sa che spesso e volentieri relazioni, confronti e discussioni passano sempre più per i Social, qual è il suo rapporto con loro?

All’inizio i social mi piacevano di più. Una volta io e mio marito lanciammo un invito a cena su Facebook e ci ritrovammo la casa piena di amici. Era l’occasione per ritrovare persone del passato o restare connessi con chi per diverse ragioni non si riusciva a frequentare spesso. Adesso sono tutti ipercritici, e l’impressione è che molti si nascondano proprio per non essere giudicati. Poi ci sono quelli che li usano nella speranza di diventare virali e guadagnare due soldi, ma è un mondo che non mi appartiene. Scrivendo libri, dovrei imparare a usarli di più e meglio, ma non so se ci riuscirò mai davvero.

Un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità. C’è qualche aspetto o qualche personaggio di queste sue storie che secondo lei meriterebbe di essere approfondito o di diventare protagonista in un prossimo romanzo?

Ci sarebbe il personaggio di Ludmilla, di cui non sappiamo tutta la storia, che credo varrebbe la pena conoscere. Tuttavia, al momento, non prevedo un ulteriore sequel. Il mio prossimo romanzo potrebbe essere ambientato in un luogo che mi tocca più da vicino e che conosco molto bene: una clinica veterinaria. Ci sono cose inquietanti che potrebbero accadere…

Intervista di Enrico Spinelli

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