Abbiamo intervistato Daniela Troilo e approfondito il personaggio di David Cox, partendo dal romanzo Nove mesi di bugie

Abbiamo intervistato Daniela Troilo e approfondito il personaggio di David Cox, partendo dal romanzo Nove mesi di bugie

 

Daniela Troilo

 

Intervista n. 326

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei prima di tutto di presentarci il protagonista delle sue storie, il commissario David Cox.  Come è nato questo personaggio? E quali aspetti della sua vita lavorativa l’hanno aiutata nella sua creazione?

Il Commissario David Cox è nato da un incontro reale che mi ha segnato profondamente. Ho conosciuto un uomo padre di cinque figli che aveva da poco perso la moglie. Svolgeva una professione di grande responsabilità e, nonostante il peso schiacciante del lutto, cercava ogni giorno di tenere insieme i pezzi della propria famiglia con una forza silenziosa e ostinata. Mi ha colpito la sua resilienza, il suo indomito coraggio nel tentare di condurre una vita normale dopo l’amputazione che la sua famiglia aveva subito. In lui ho visto qualcosa di raro: un uomo che non si arrendeva, che trasformava il dolore in energia per proteggere chi gli era rimasto accanto.

Da quell’incontro è germogliata l’idea di Cox: un investigatore che non è un supereroe, ma un padre imperfetto, stanco, a volte sopraffatto, eppure capace di una tenacia feroce quando si tratta di cercare la verità.

 

Ci sono degli aspetti della persona del commissario che sono maturati nel corso dei vari romanzi?

Nove Mesi di Bugie è il primo romanzo con cui il pubblico ha conosciuto il Commissario David Cox. Nel successivo, La Porta di Isabel, Cox non è più solo l’uomo sopraffatto dall’urgenza di tenere insieme i cocci della propria vita dopo il devastante lutto familiare, ma un uomo che comincia a metabolizzare il dolore.

Se all’inizio la sua corazza emotiva serviva da scudo primario di sopravvivenza — diviso com’è tra le indagini e il caos quotidiano di crescere cinque figli da solo —, con il passare del tempo Cox matura una diversa consapevolezza. Impara a fidarsi di più dei suoi collaboratori e a mostrare le sue vulnerabilità senza percepirle come un segno di cedimento. Il dolore per la perdita della moglie non svanisce mai, ma si trasforma: da ferita aperta diventa una bussola morale, rendendolo un investigatore ancora più empatico verso il dolore delle vittime e implacabile verso chi abusa del proprio potere.

Ciò che mi interessa non è un eroe che si evolve verso il lieto fine, ma un uomo che impara, romanzo dopo romanzo, a convivere con l’assenza senza lasciarsene divorare — e questo cambia il modo in cui guarda le vittime, i colpevoli e sé stesso.

 

Veniamo alla sua nuova avventura, “Nove mesi di bugie“, ci racconti a grandi linee la storia e qual è stata l’ispirazione per la sua realizzazione.

 In Nove Mesi di Bugie, Cox si trova a indagare all’interno di una prestigiosa struttura sanitaria, un ambiente apparentemente intoccabile e votato al bene, ma che nasconde un labirinto di segreti, omissioni e conflitti d’interesse. Al centro c’è una verità taciuta troppo a lungo — un “periodo di gestazione” di menzogne durato nove mesi — che finisce per sfociare in conseguenze tragiche.

L’ispirazione è nata dalla riflessione su quanto siamo vulnerabili quando affidiamo noi stessi, la nostra salute e la nascita di una nuova vita alle mani di un’istituzione. Mi affascinava l’idea di esplorare cosa accade quando la fiducia incondizionata viene tradita e come una singola bugia, nata per proteggere una reputazione o un interesse economico, possa innescare una reazione a catena incontrollabile.

 

 

In questo romanzo David Cox è affiancato dalla dottoressa Anna Edison, una protagonista che all’inizio del libro appare come un personaggio in via di definizione. Possiamo dire che nel contesto del thriller c’è una sorta di romanzo di formazione di questa dottoressa?

Sì, e mi fa piacere che l’abbia colto. Anna Edison entra in scena come una giovane donna competente ma non ancora del tutto formata: brava, diligente, cresciuta dentro le regole di un’istituzione che ha imparato a rispettare. Il romanzo è, per lei, il percorso attraverso cui quelle regole smettono di bastarle. Passo dopo passo è costretta a scegliere tra l’appartenenza e la verità, tra il quieto vivere e la responsabilità di ciò che vede. In questo senso un romanzo di formazione dentro il thriller c’è davvero: Anna non impara soltanto a fare il suo lavoro, impara a guardare — e guardare, in certi luoghi, è già un atto di coraggio. Accanto a un uomo come Cox, segnato e disincantato, la sua crescita diventa il contrappunto luminoso della storia.

 

Il romanzo affronta le zone d’ombra nell’operato di una struttura ospedaliera prestigiosa. Quanta realtà c’è a suo dire in questa situazione?

Moltissima, purtroppo — non nei fatti specifici, che sono invenzione, ma nel meccanismo. Ho passato oltre trent’anni dentro grandi organizzazioni, da avvocato, e ho imparato che le istituzioni più prestigiose sono anche quelle che hanno di più da proteggere: un nome, una reputazione, un sistema. E quando c’è molto da proteggere, l’errore raramente viene negato apertamente; più spesso viene semplicemente non visto, non detto, fatto scivolare via. Non servono grandi complotti: bastano molte persone perbene che scelgono, ciascuna nel proprio piccolo, di non fare la domanda scomoda. È il silenzio, più della malafede, il vero protagonista di certe zone d’ombra. Nel romanzo l’ospedale è di fantasia, ma quella dinamica — la complicità per omissione — l’ho vista funzionare troppe volte per considerarla inverosimile.

La fiction, per funzionare, deve spingere sui contrasti e accentuare i conflitti, ma la base di partenza è profondamente ancorata alla realtà. Gli ospedali e i centri d’eccellenza sono composti da esseri umani, e dove ci sono prestigio, potere e ingenti risorse economiche, inevitabilmente si creano zone d’ombra.

Nel romanzo non volevo condannare la classe medica in blocco — verso cui ho un rispetto immenso —, ma puntare il dito contro quei meccanismi di potere in cui l’interesse istituzionale finisce per schiacciare la dignità e la vita del paziente.

 

Ho trovato la sua prosa molto efficace e capace di far empatizzare il lettore con le vittime presentando i fatti per come sono in modo diretto, mostrandone la drammaticità senza bisogno di retorica. Quanto è importante e difficile veicolare certi messaggi con un’opera narrativa?

 La ringrazio molto per questo complimento, perché tocca uno dei punti a cui tengo di più. Spesso nel genere thriller c’è il rischio di spettacolarizzare la violenza o, all’opposto, di scivolare nel sentimentalismo e nella retorica.

Per me la vera sfida sta nell’asciugare: togliere il superfluo e mostrare i fatti con cruda autenticità. Quando tratti il dolore umano, la morte o il tradimento, la realtà è già abbastanza drammatica da non richiedere aggettivi ridondanti. Rispettare le vittime significa raccontare la loro sofferenza senza trasformarla in un palcoscenico per l’autore. È un equilibrio sottile e faticoso da raggiungere in fase di scrittura, ma è l’unico modo per permettere al lettore di provare un’empatia autentica e viscerale.

È importantissimo e difficilissimo, e le due cose vanno insieme. Credo che la narrativa perda ogni forza nel momento esatto in cui si mette a spiegare al lettore che cosa deve provare. La retorica è una scorciatoia: commuove per un istante e poi lascia il lettore esattamente dov’era. I fatti, invece, se raccontati con precisione e senza enfasi, entrano e restano. Per questo cerco di sottrarre più che di aggiungere: mostrare la cosa così com’è, con la voce più asciutta possibile, e fidarmi dell’intelligenza e della coscienza di chi legge. Il messaggio non va pronunciato: deve accadere nella testa del lettore. Viene forse dal mio mestiere precedente — un avvocato non smuove nessuno alzando la voce; convince mostrando i fatti nell’ordine giusto e lasciando che parlino da soli.

 

Riagganciandomi a quanto detto sopra qual è, se c’è, il messaggio o lo spunto di riflessione che vorrebbe rimanesse nel lettore una volta chiuso il libro?

Vorrei che rimanesse la consapevolezza che nessuna bugia è mai innocua, soprattutto quando viene utilizzata per coprire una debolezza o proteggere uno status. Le bugie hanno un peso che si accumula nel tempo e finisce sempre per gravare sugli anelli più deboli della catena.

Inoltre, vorrei trasmettere un messaggio sulla forza della resilienza: sia Cox che Anna, pur attraverso percorsi diversi, ci dimostrano che si può attraversare il buio e restare integri, a patto di non scendere a patti con la propria coscienza.

 

Il mondo di oggi è fatto di relazioni virtuali e scambi di opinioni attraverso i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

Ho un rapporto di equilibrio pragmatico. Da un lato, come autore indipendente per questi titoli, i social sono uno strumento straordinario: mi permettono di dialogare direttamente con i lettori, ricevere feedback in tempo reale e creare un contatto umano che prima era impensabile.

Dall’altro, guardo alla dimensione virtuale con lo sguardo disincantato di uno scrittore di thriller: i social creano spesso l’illusione della vicinanza nascondendo una profonda solitudine, e possono amplificare l’inganno e la manipolazione della verità. Vengo da un mondo — e da una generazione — in cui il silenzio e l’ascolto avevano un peso, e continuo a pensare che le cose che contano davvero maturino lontano dallo schermo, nel tempo lento della lettura e nel rapporto diretto con gli altri.

 

Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. Ci sono degli aspetti di David Cox o della società che le piacerebbe approfondire in un romanzo futuro?

 David Cox è un personaggio con un mondo interiore ricchissimo e c’è ancora molto da esplorare. Mi piacerebbe scavare ancora più a fondo nelle sue radici e nel passato che lo ha forgiato, magari esplorando le sue prime indagini e il modo in cui il suo nucleo familiare si è costruito prima dei tragici eventi che già conosciamo.

Sul piano della società, continua ad attrarmi il tema che percorre tutti i miei libri: il modo in cui i sistemi — sanitari, giudiziari, familiari — proteggono sé stessi a scapito del singolo, e quanto sia sottile il confine tra l’obbedienza e la complicità. Mi incuriosiscono le storie di identità, di doppi, di verità sepolte per anni: le colpe che credevamo prescritte e che invece tornano a bussare alla porta. È lì, credo, che Cox mi porterà.

 Intervista di Enrico Spinelli

 

NOVE MESI DI BUGIE – Daniela Troilo

NOVE MESI DI BUGIE Daniela Troilo

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