Intervista a Serena Venditto: “I complicati intrighi di donne, vicoli e delitti con gatto!”

Intervista a Serena Venditto: “I complicati intrighi di donne, vicoli e delitti con gatto!”

 

Serena Venditto

 

Intervista n. 334

 

Partiamo dai protagonisti delle sue storie. Anzi, più che di protagonisti al singolare, verrebbe da parlare di un vero e proprio gruppo, con tanto di gatto nero al seguito. Come sono nati Malù e gli altri? C’è qualcosa di autobiografico in qualcuno di loro? E quali personaggi sono arrivati più facilmente sulla pagina e quali, invece, le hanno dato più filo da torcere?

I protagonisti della mia serie sono quattro coinquilini che abitano in un appartamento in via Atri 36, nel cuore del cuore del centro storico di Napoli. La mia detective, la mente delle indagini, si chiama Malù Ferrari, ed è un’archeologa molisana con la passione per i gialli (e per il caffè). Oltre che autobiografica – sono un’archeologa, appunto – la ragione per cui fa questo lavoro è molto semplice, e anzi mi sono sempre stupita che fra i detective dilettanti della letteratura mancassero archeologi. Infatti, archeologia e investigazione seguono la stessa metodologia: si tratta di ricostruire un’azione dalle tracce materiali che questa azione ha lasciato. Che sia una tomba del III a.C. o un tizio accoltellato nella cucina di casa sua poche ore prima, il modo di lavorare non cambia: si osservano gli indizi e si applica la logica. Se vedessi la cassetta degli attrezzi che portavo sullo scavo e la valigetta della scientifica non troveresti grandi differenze: lavagnette, bustine per i campioni, addirittura il nastro bianco e rosso!

Oltre a Malù ci sono naturalmente i suoi “irregolari”: Ariel, la voce narrante, la Watson di turno, di professione traduttrice italoamericana di romanzi brutti, molto brutti; Samuel, rappresentante di articoli per gelaterie di origini sardo-nigeriane; Kobe, talentuoso quanto sgrammaticato pianista giapponese. Metti quattro ragazzi in un appartamento – per di più nel cuore di Napoli – e qualcosa di divertente succederà. Come Friends, però col morto. E poi c’è il gatto… Mycroft è nato durante un esercizio del laboratorio di scrittura Homo Scrivens (casa editrice in cui sono “nata” e con cui collaboro): bisognava inventare un detective e la sua spalla. Quasi per scherzo scrissi un racconto su questo gatto detective, e funzionava. Caspita se funzionava, non ci credevo neanche io! Perché in fondo, pensandoci bene, un gatto ha tutte le doti che qualsiasi investigatore vorrebbe: la capacità di vedere al buio, di muoversi senza far rumore, ha un fiuto eccezionale… Gli ho dato questo nome perché Mycroft Holmes, il fratello di Sherlock Holmes, è un po’ felino nei suoi atteggiamenti: è straordinariamente intelligente, ma è pigro, passa i suoi pomeriggi seduto in poltrona al Diogenes Club, dove vige la regola del silenzio, che è un’altra cosa molto apprezzata dai gatti (e anche da me).

 

E soprattutto: come si fa a far convivere tanti caratteri così diversi nella stessa storia senza che qualcuno finisca inevitabilmente per rubare la scena agli altri?

 Tanto c’è il gatto che ruba la scena a tutti…

 

E le trame? Da dove arrivano? Nascono magari all’improvviso, già complete di parole e situazioni, come le canzoni di Vasco Rossi, oppure prima di mettersi a scrivere c’è una progettazione precisa, fatta di appunti, scalette e idee da mettere in ordine?

Viene l’idea, cioè il modo in cui l’assassino viene scoperto. E quella può venire in qualsiasi momento, e da qualsiasi cosa. Un libro, un film, una conversazione ascoltata in metro… Poi la scaletta, poi la scrittura.

 

Dopo sei avventure, Malù e la sua “compagnia” sono inevitabilmente cresciuti. Sono cambiati anche ai suoi occhi? In Casa è dove noi, per esempio, si affaccia in maniera piuttosto evidente il tema della famiglia, non necessariamente quella di sangue, ma quella che ci si costruisce intorno. È qualcosa che sente di aver raccontato consapevolmente?

Sì, e ci tenevo molto. Ovvio, non ho pensato “ora scrivo un romanzo sulla famiglia”, ma mi piaceva raccontare questa dinamiche, queste relazioni così potenti: loro sono famiglia, anche se non hanno in comune neanche una goccia di sangue. Non è un concetto che tutti capiscono intorno a loro (e intorno a noi, ahimè) ma lo faranno.

 

 

Ecco la sesta avventura della fortunata serie, appena uscita in libreria

 

Napoli, poi, sembra essere molto più di una semplice ambientazione: quasi una coprotagonista. Qual è la Napoli che vuole raccontare? Quella solare, ironica, piena di tradizioni, vicoli, riti e contraddizioni, ma anche alle prese con trasformazioni urbane come il proliferare dei B&B? O anche quella più inquieta e malinconica, fatta di passioni, conflitti e contrasti sociali?

Ho cominciato a scrivere questa serie nel 2014, Aria di neve è uscita per la prima volta con la casa editrice Homo Scrivens, e poi ripubblicata nel 2018 con Mondadori. E quando io ho cominciato a scrivere Area di neve, il centro storico era dei residenti, degli studenti, c’erano turisti solo a maggio e a Natale. Ma per il resto il centro storico era una zona tranquilla, a volte addirittura desolata. Adesso invece no. Io ricordo che nelle ore libere dell’università andavo a fare un giretto alla cappella San Severo o prendevo San Biagio dei Librai come scorciatoia, cosa che adesso ovviamente è impensabile. Siamo una città turistica, quando ho iniziato a scrivere non lo era per niente, questo cambiamento mi piaceva raccontarlo, riallineare le due realtà, raccontare il cambiamento, nel bene e nel male.

 

La prima indagine 

 

 

E veniamo al gatto. Perché proprio un gatto nero? È nata come una scelta narrativa, da una passione personale o c’è anche un pizzico di quella superstizione napoletana che con un gatto nero sembra quasi chiedere di entrare nella storia? E soprattutto: quanto è vero il luogo comune secondo cui, quando in un romanzo compare un gatto, alla fine è lui a decidere cosa deve succedere?

Ma è ovvio che decide lui, ma ti pare? No, la superstizione non c’entra niente, solo tanto felinissimo amore.

 

Ci sono poi personaggi che, pur essendo “secondari”, sembrano avere tutte le carte in regola per conquistarsi un romanzo tutto loro. Ha mai pensato a uno spin-off? Penso, per esempio, alla professoressa Papararo e ai suoi quiz, alle domande di mitologia, storia e letteratura greca… un personaggio così potrebbe tranquillamente sostenere una serie tutta sua. Anche se temo che, a quel punto, qualche lettore potrebbe diventare la sua prossima vittima sacrificale!

Chissà, in fondo potrebbe essere una nuova Miss Marple!

 

Le faccio una domanda da lettrice: cosa penserebbe se un giorno le proponessero di acquistare i diritti dei suoi gialli per trasformarli in una serie televisiva, sapendo che il passaggio dalla pagina allo schermo potrebbe comportare cambiamenti importanti nella trama e nei personaggi?

Penso, per esempio, a I Bastardi di Pizzofalcone, Mina Settembre o ai vecchietti del Bar Lume: storie che, nel passaggio dalla pagina alla televisione, hanno subito anche trasformazioni significative. Lei vorrebbe avere voce in capitolo su questi cambiamenti oppure preferirebbe affidarsi completamente agli autori televisivi, lasciando loro la libertà di reinterpretare i suoi personaggi?

Mi piacerebbe essere coinvolta, certo. Vediamo che succede, il mondo della tv è proprio un altro pianeta rispetto a quello dell’editoria!

 

E per concludere, cambiamo prospettiva: che tipo di lettrice è Serena Venditto? Cosa ama leggere quando non scrive e quali generi, invece, evita accuratamente? E ci sono libri o autori che hanno lasciato un segno nel suo modo di scrivere, magari anche senza che lei se ne rendesse conto?

Mi piace leggere tanto, un po’ di tutto, soprattutto gialli e classici. E prima di scrivere leggo Wodehouse, mi dà la carica.

 

Intervista di Teresa Dentico

 

Casa è dove noi – Serena Venditto

CASA È DOVE NOI Serena Venditto

 

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