Abbiamo intervistato Sarah Savioli e approfondito il suo ultimo romanzo La versione delle margherite

Abbiamo intervistato Sarah Savioli e approfondito il suo ultimo romanzo La versione delle margherite

Sarah Savioli

Intervista n. 330

 

 

Buongiorno e prima di tutto grazie per aver accettato questa intervista. Siamo arrivato alla quinta avventura di Anna Melissari ed essendo la chiusura di un ciclo ti chiedo quali emozioni hai provato una volta scritta l’ultima parola.

 

Buongiorno e grazie a te e a tutti i lettori.

Scrivere l’ultimo capitolo di un ciclo è senza dubbio qualcosa che porta a emozioni contrastanti. Per tanti aspetti c’è la consapevolezza che ogni prova successiva sarà fuori dalla comfort zone di un mondo già creato e solidificato nel tempo e c’è la malinconia per il fatto che con il tempo anche noi autori ci affezioniamo ai personaggi. C’è però anche la soddisfazione di aver chiuso un cerchio e di sapere che la propria creatività potrà mettersi alla prova anche lungo altri sentieri ancora sconosciuti. E questo, per me che sono curiosa e avventurosa di natura, è un pensiero positivo e a suo modo allettante.

 

Se questo è, come hai dichiarato, l’ultimo romanzo con Anna ti chiedo come si arriva a questa decisione e quali sono le motivazioni più forti in tale senso.

 

Nel mio caso, ho saputo fin dalla stesura del primo libro della serie che Anna avrebbe avuto una sua evoluzione, che l’avrei seguita fino a un certo punto preciso, per poi lasciarla libera di andare. Per me è come se i cinque libri della serie alla fine siano cinque grossi capitoli di una storia nata già con una sua strutturazione. Insomma, è come se avessi scritto un librone a rate ed è giusto essere arrivati alla parola fine, una parola fine che era prevista fin dalla prima riga che avevo scritto. Sono contenta di essere riuscita a raccontare tutta la storia e per questo devo essere grata all’Editore e a tutti i lettori che hanno amato tanto Anna da far sì che non si fermasse a metà strada.

 

Una volta Massimo Carlotto mi raccontò di un lettore che, durante la presentazione di un libro, gli disse che doveva scrivere un nuovo romanzo del suo personaggio più celebre (l’Alligatore) e che era un suo dovere perché prima la gente gli era troppo affezionata. Cosa pensi a riguardo?

 

Questa è una questione davvero difficile che chiunque crei personaggi di successo si trova a dover gestire. Le persone si affezionano davvero ai personaggi e io, da lettrice forte, non posso che capire molto bene perché la fine di alcune serie mi ha portato a “lutti” che ancora non sono riuscita a elaborare.
Ma al di là del nostro desiderio di scrivere e creare altro, c’è il fatto che a volte arriva il momento di lasciar andare i nostri personaggi  perché noi siamo cambiati o perché troppo è cambiato il mondo che ci circonda e per riuscire a raccontarlo e attraversarlo abbiamo bisogno di nuove storie e nuovi compagni di viaggio. Quando capita così, è molto difficile sforzarsi, c’è qualcosa che può finire per stridere e non rendere onore ai personaggi e agli stessi lettori. Non è detto che a distanza di anni non si possa tornare su quelle strade già battute, che quei personaggi non possano tornare a essere gli amici che ci servono per raccontare le storie che sentiamo in animo. Però quando chi scrive decide che è il momento di cambiare, sarebbe cosa saggia per tutti accogliere questa scelta.

 

E veniamo a questo nuovo romanzo. Come lo presenteresti a un nuovo lettore?

 

Se questo nuovo lettore non sa chi è Anna, allora gli racconterei che è una donna che dopo un piccolo problema cerebrale inizia a parlare con piante e animali. Grazie a questa capacità comincia a lavorare in un’Agenzia investigativa e mentre i suoi colleghi interrogano vicini di casa e parenti, lei parla con le cocorite e le piante in vaso. Mentre si barcamena fra questo lavoro svolto in maniera un po’ bislacca e la vita famigliare fatta di un figlio piccolo, un marito gentile ma spesso assente per lavoro, una sorella in balia di mille problemi e un padre anziano, conosce la violenza attraverso i casi dei quali si occupa. E in questo libro dovrà risolvere un cold case e affrontare un cliente che umanamente la ripugna e mette alla prova anche la sua convinzione che tutti abbiano alla fine diritto alla giustizia. Quindi dovrà affrontare molte prove complicate, dovrà mettersi in discussione e capire che se parlare con piante e animali è qualcosa di surreale, a volte riuscire a farlo con altri esseri umani non è da meno e che però vale sempre la pena provarci.

 

Questa è senza dubbio l’avventura più complessa e articolata di Anna. Leggendola ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a due storie spesso confluenti, il giallo e una sorta di romanzo di formazione della protagonista, è corretto?

 

L’impressione è corretta o almeno quello era il mio intento. Anna intreccia sempre la sua crescita in ambito lavorativo e quel che a livello umano apprende con quello che è il suo vissuto privato. E’ un’umana empatica che rivendica il suo diritto alla complessità. In questo caso si metterà molto in discussione e allo stesso tempo tutta una serie di punti fermi sul suo passato cominceranno a vacillare e per forza di cose dovrà raggiungere nuovi equilibri.

 

Collegandomi alla domanda di prima, cosa ci dicono di Anna gli elementi del vissuto suo e della sua famiglia che ancora non conoscevamo?

 

In questo libro verranno molti nodi famigliari al pettine. Alcuni riguardano la situazione della sua coppia, altri la sua relazione con suo figlio che cresce, altri ancora il suo passato e la figura di sua madre, qualcuno che per lei è sempre stato un riferimento assoluto e inarrivabile.

 

In quest’opera oltre ad Anna scopriamo maggiori dettagli umani delle persone che la circondano, sia i più vicini come il marito e il piccolo Luca sia la sorella Lavinia e soprattutto Cantoni. Questo rafforza l’idea di un’opera corale dove ogni personaggio ha il suo giusto spazio e il suo percorso di maturazione, condividi?

 

Anche in questo caso, non posso che ringraziarti per questa osservazione. Nei mondi che costruiamo tutti hanno un loro senso e le relazioni intessono le storie e danno vita alla struttura emozionale totale dei personaggi. Tutti crescono, cambiano, si muovono in un gioco complesso nel quale restare vicini è una scelta continua, uno sforzo anche stancante. Ma il valore della vita anche dei personaggi sta anche qui, nel sentirsi parte di qualcosa di più ampio nel quale ognuno ha il suo spazio e allo stesso tempo ha anche la consapevolezza che non si  è da soli.

 

Non posso non chiederti dei nuovi personaggi animali e vegetali che incontriamo in questa storia. Come ti sono venute in mente alcune idee a mio avviso geniali come il pettirosso vigile urbano o lo scoiattolo scienziato pazzo?

 

L’uccellino vigile urbano e lo scoiattolo folle sono due personaggi petulanti e a loro modo profondamente rancorosi. Uno declina tutto questo con una foga da burocrate assoluto, l’altro con un delirio puro volto all’organizzazione dell’estinzione del genere umano. Alla fine però sia gli uccellini che gli scoiattoli sono creature molto fragili schiacciate in un mondo fatto troppo spesso di urbanità inclementi. Mi piaceva che seppure in maniera balorda, decidessero di reagire con un adattamento che fosse così disperato da risultare ridicolo.

 

Rimanendo sul tema, come in altre storie alla stazza e alla “fama” dell’animale non corrisponda la sua abitudine: il geco e lo scoiattolo ad esempio, fanno i cattivoni, di contro il “temibile” Rottweiler si dimostra estremamente lucido, razionale e pacifico. Qual è la filosofia dietro a questa idea?

 

C’è l’idea che ognuno di noi è quello che è, molto al di là dell’immagine stereotipata che gli assegnano gli altri. Tutti ci muoviamo con idee e preconcetti fissi e lo facciamo per semplificarci una vita che oggettivamente non è semplice. Quando però dei nostri preconcetti facciamo verità immodificabili e non ascoltiamo o vediamo più nulla se non quel che conferma quel che pensiamo, allora si aprono baratri orribili. Per questo mi piace giocare con il rovesciamento di ogni clichè, per ricordarci quanto è sconfinato quel che degli altri non sappiamo e quanto è bello alzare gli occhi dalle nostre scarpe e accettare la complessità.

 

Non pensi che le vicende di Anna si presterebbero benissimo a una trasposizione animata?

 

Una serie o un film di animazione su Anna e i suoi matti compari mi piacerebbero davvero tanto. Chissà… stiamo a vedere.

 

Un’ultima domanda, ringraziandoti per la disponibilità. Conosciamo bene il valore della tua prosa e la tua capacita narrativa per cui mi chiedo cosa bolle in pentola per il futuro?

 

C’è già tanto che mi gira nella testa e fra le mani. Posso solo dire che ancora farò di tutto per far sorridere i lettori e che non mancherà un pizzico di follia.
E grazie davvero di tutto, dell’affetto, delle bellissime parole e per queste domande che tu Enrico sai fare e che aiutano noi autori a ragionare tanto in tua gradevolissima compagnia!

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

 

LA VERSIONE DELLE MARGHERITE – Sarah Savioli

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