Abbiamo intervistato Emanuela Canepa e approfondito vari aspetti presenti nel suo ultimo romanzo Amalia, l’obliqua

Intervista n. 332
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiedo prima di tutto di presentarci il suo nuovo romanzo “Amalia l’obliqua”.
È la storia, più o meno romanzata, della vita di Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice celeberrima tra gli anni ’10 e ’30 del Novecento, che in un lasso di tempo molto breve – il processo si mise in moto addirittura qualche anno prima della sua morte – è stata completamente cancellata dalla memoria della nostra letteratura.
Qual è il significato dietro l’espressione “obliqua” applicata ad Amalia?
È una citazione, viene dalla raccolta L’insonne, del 1913. Diverse poesie di Amalia commentano il rapporto tormentato con Guido Gozzano, che fu di sicuro l’avventura emotiva più coinvolgente della sua vita. Il verso originale è declinato al plurale: finché un giorno vinti, noi verremo obliqui all’incontro. Dall’idea che mi sono fatta della loro storia, però, l’unica a venire obliqua fu lei. Per me obliqua vuol dire vulnerabile, e disposta all’incendio. Lui, semmai, arrivò sempre tetragono e soprattutto ignifugo. Peraltro Amalia sapeva benissimo quale rischio implicava la relazione. Era una donna intelligente, disposta agli incantamenti, certo, almeno da giovane, ma non cieca e sorda rispetto ai rischi dell’amore. I versi introduttivi della stessa poesia esordiscono così: Quasi per un bisogno di sadismo spirituale/noi ci facciamo male godendone, acri, nel sogno. È un lato del carattere di lei che ho imparato ad amare. Scendeva in campo comunque, anche quando era certa di perdere. Comunque la si voglia mettere, mi pare una forma altissima di coraggio.

L’opera ci restituisce in forma romanzata la vita di una poetessa per certi versi dimenticata. Premesso che non è ahimè l’unico caso nella storia della nostra letteratura le chiedo se c’è un motivo particolare dietro questa poca memoria.
Cancellare la memoria di una donna è un processo che passa attraverso dinamiche diverse fra loro che trovo sempre interessanti. Amalia è riuscita nel compito non facile di spuntare tutte le caselle necessarie per farsi nemici ovunque, in vita e dopo. Una volta scomparsa – ma come dicevo sopra, le critiche hanno cominciato a pioverle addosso a partire dagli ultimi anni prima della morte – non le è stata perdonata la vita senza protettori, la sessualità libera e quasi esibita, la sgradevolezza di carattere, la mancata adesione alla causa di emancipazione delle donne, la produzione letteraria troppo abbondante e quindi necessariamente discontinua, l’adesione sia pure solo formale al fascismo.
Quali sono a suo dire i passaggi chiave della vita di Amalia che formano il suo carattere e la sua proposta stilistica?
Non è facile sintetizzarli, in un certo senso l’intero romanzo, che è costruito per quadri e non ha un andamento cronologico del tutto lineare, è la risposta a questa domanda.
Altra protagonista di questo testo è lei nei capitoli intitolati “La forma dell’ossessione”. Cosa l’ha spinta a compiere questa operazione? E in che misura questo lavoro si è rivelato un’ossessione?
Questo per me è un punto importante perché, diversamente da tutto ciò che ho scritto prima, scrivendo di Amalia non ho mai avuto la sensazione di controllare il gioco. E’ chiaro che la scrittura, come qualsiasi attività creativa, implica il contributo di correnti sotterranee dell’Io; in nessun caso è possibile scrivere solo di testa. Per me però la dimensione panica, chiamiamola così, è sempre stata minoritaria. Scrivo pianificando, e prima ancora di scrivere progetto in modo piuttosto minuzioso. Ma con Amalia le cose sono andate diversamente. Si è imposta fin dalla prima volta in cui un’amica me ne ha parlato, anche se mi è stato subito chiaro che si trattava di una donna dal carattere difficile, e che oltretutto nella vita aveva fatto scelte discutibili. Ho letto subito molti dei suoi lavori, sia in poesia che in prosa, e non è scattata l’adesione nemmeno sul piano della forma. La apprezzo in una certa misura come poetessa, e mi piace meno come prosatrice. Nei tre anni trascorsi in sua compagnia, però, nemmeno per un momento ho avvertito che si allentava la forza della presa su di me, e alla fine questo ha contato più di tutto il resto. Un legame che non sapevo spiegarmi, e non so spiegarmi neppure ora. Oggi, semmai, preferisco pensare che intestardirsi a capire è un vizio cartesiano spesso sopravvalutato.
Personalmente ho apprezzato molto quei passaggi, ci ho visto quasi un suo mettersi al fianco del lettore che non conosce Amalia Guglielminetti, mostrando l’impegno e le difficoltà nell’approcciarvisi, cosa pensa a riguardo?
Sì, è un’immagine che si adatta molto allo spirito con cui ho scritto di lei. Avevo le mie difficoltà a restarle a fianco ed è per questo che ho sentito la necessità di accompagnare il lettore a restarle vicino. Perché è stata una donna spigolosa, difficile e respingente, ma ha comunque vissuta una vita decisamente fuori dal canone della morale del tempo, pagando il prezzo richiesto, senza mai nascondersi o mistificare il peso dei suoi errori. Un carattere di rottura merita sempre di essere raccontato, che ci somigli o meno, che ci piaccia o meno. La letteratura non fa agiografia, o almeno non dovrebbe. Non ha il compito di produrre santini esemplari o replicabili. Il suo obiettivo semmai è rappresentare il mondo con il massimo grado di verità possibile.
Come dicevo prima la nostra letteratura e piena di grandi voci per lungo tempo dimenticate o comunque non celebrate come dovrebbero, penso anche a una grande intellettuale come Alba De Cespedes per fare un altro esempio. Che contributo può dare la narrativa nel sensibilizzare i lettori verso queste figure cosi importanti per la nostra cultura?
Qualche giorno fa un’amica, che aveva appena finito il romanzo, mi ha detto che ha sentito il desiderio di leggere per intero l’epistolario della Guglielminetti e di Gozzano, e subito dopo almeno una delle raccolte poetiche di lei, che peraltro oggi sono anche facili da recuperare in rete perché i diritti d’autore sono ormai scaduti. Direi che questo risponde perfettamente alla tua domanda. La voce di un autore può raggiungerti anche mediata da un romanzo. La letteratura è disciplina da negromanti. Qualunque trucco è buono per riportare in vita i morti.
Quali parallelismi e distinguo si sente di fare tra Amalia e le altre protagoniste dei suoi romanzi?
L’approccio iniziale è stato molto diverso. Ho avuto verso di lei un’attitudine di rispetto, forse perfino di sudditanza, che non avevo mai sentito nei confronti dei personaggi dei romanzi precedenti, che erano di pura fantasia. Lì sono stata un demiurgo senza sensi di colpa. Poi però, mano a mano che scrivevo, le differenze si sono assottigliate. Alla fine onestamente non le avvertivo quasi più.
Oggi viviamo in un mondo dominato dalle relazioni e interazioni tramite Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?
Pessima, ma sotto il segno della necessità. Ogni tanto ripenso alle origini dei Social come una sorta di alba del mondo. In rapporto a quel che vediamo oggi ne facevamo un uso straordinariamente ingenuo. Li tratto perlopiù come ordigni potenzialmente letali. Ne faccio uso perché servono, ma davvero solo il minimo necessario.
Come ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità, le chiedo se ha in mente in futuro di realizzare un’altra opera del genere dedicata a qualche altra figura storica/culturale meritevole di essere conosciuta o riscoperta.
Sì, c’è una donna che mi chiama da sempre e da molto lontano, aveva cominciato molto prima che incontrassi Amalia, forse addirittura dai tempi dell’università perché l’ho molto studiata. È anche lei un personaggio storico, ma a differenza di Amalia notissimo. Non ha mai smesso di esserlo dal giorno in cui ha lasciato la casa di suo padre. Ma qui la sfida è così impegnativa che non so se ne ho il coraggio. È sempre questione di voce, di forza della chiamata. Vedremo se anche lei deciderà di imporsi con la stessa determinazione di Amalia.
Intervista di Enrico Spinelli


Commenta per primo