LA CURA, di Concita De Gregorio (Einaudi – maggio 2026)

La misura: PRESENZA
La cura mi ha dato una sensazione rara: che nessuna parola fosse lì per abitudine. Ogni termine sembra scelto, pesato, collocato esattamente nel punto in cui può dire di più senza alzare la voce. È forse l’aspetto che ho amato maggiormente in un libro in cui, a dire il vero, ho apprezzato tutto.
Pubblicato nel 2026, dopo che la De Gregorio aveva raccontato pubblicamente la propria malattia nel 2023, La cura nasce da un’esperienza autobiografica molto precisa. Sarebbe stato facile affidarsi al diario della malattia, seguire il prima e il dopo, mettere al centro il corpo ferito e il percorso delle terapie. La De Gregorio sceglie un movimento diverso, profondamente coerente anche con il suo lungo lavoro di giornalista e scrittrice: parte da sé e progressivamente sposta lo sguardo sugli altri.
La malattia fornisce l’impalcatura del racconto — diagnosi, ospedale, interventi, cure, attese — mentre il suo vero spazio narrativo si riempie di incontri. Persone conosciute nei luoghi della terapia, medici, infermieri, familiari, voci che arrivano per poco e acquistano una nitidezza sorprendente. L’io arretra e lascia emergere una dimensione corale. È uno degli aspetti su cui la critica ha insistito maggiormente, e credo sia decisivo per comprendere il libro: la De Gregorio racconta la propria fragilità evitando di trasformarla nel centro assoluto del mondo.
Anche per questo il titolo, pagina dopo pagina, cambia ampiezza. Cura significa terapia, certo, ma anche attenzione, premura, ascolto, responsabilità reciproca. E possiede zone meno rassicuranti: può diventare controllo, dipendenza, esercizio di potere. La De Gregorio attraversa queste ambivalenze con grande misura, senza costruire una morale rassicurante intorno alla malattia.
È altrettanto significativo il rifiuto del lessico bellico con cui spesso viene raccontato il cancro. Nessuna battaglia da vincere, nessun eroismo obbligatorio, nessuna sconfitta da attribuire a chi muore. Cambiare le parole significa già cambiare lo sguardo. Forse è proprio qui che ho sentito con maggiore forza la qualità del libro: nella consapevolezza che il linguaggio descrive ciò che viviamo e determina anche il modo in cui impariamo ad attraversarlo.
La forma segue la stessa logica. Il racconto procede per frammenti, brevi episodi, dialoghi, immagini che si richiamano a distanza. Questa discontinuità è stata letta anche come un possibile limite; la considero invece coerente con il tempo della cura, un tempo che interrompe la linearità della vita e impone altre scansioni. La De Gregorio non ricompone artificialmente ciò che si è spezzato. Lascia che siano le presenze, le parole e i gesti a dare continuità al racconto.
La scrittura è limpida, essenziale, capace di passare dal dolore all’ironia senza forzature. Soprattutto, possiede una precisione che non diventa mai freddezza. Una parola in più avrebbe spesso rotto l’equilibrio; una parola diversa avrebbe spostato il senso.
Io, però, La cura non l’ho propriamente letta: l’ho ascoltata dalla voce della stessa De Gregorio. E la consiglio proprio così.
Nell’audiolibro le parole acquistano ancora più evidenza. Le pause, gli accenti, i cambi di ritmo fanno percepire quanto la lingua sia stata lavorata. La voce dell’autrice non cerca l’effetto teatrale: avvicina chi ascolta al punto esatto da cui quelle frasi sono nate. Tra esperienza, scrittura e voce si crea una continuità particolare, intima senza diventare confessionale.
La cura parla di malattia, ma il suo nucleo più profondo è altrove: nel momento in cui l’autosufficienza rivela i propri limiti e comprendiamo quanto una vita dipenda anche dalla presenza degli altri. È un libro breve e denso, costruito con una precisione linguistica che diventa essa stessa una forma di cura.
E voi? L’avete letto sulla pagina o avete scelto di ascoltarlo dalla voce della De Gregorio?
La misura delle letture
Recensione di Karin Zaghi


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