Abbiamo intervistato Giovanni Montanaro e approfondito vari aspetti legati a Venezia partendo dal suo ultimo romanzo Il fuoco di Venezia

Intervista n. 327
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Come e nata l’idea de “Il fuoco di Venezia“?
Erano anni che volevo scrivere un romanzo ambientato a Venezia, di Venezia, che potesse contenere una storia familiare, personale, d’amore e di lotte, ma che in qualche modo mi consentisse anche di raccontare l’evolversi – e il permanere – della mia città. Non è stata un’impresa facile, per niente, è stato molto il tempo dedicato, le pause, i pensieri, le preoccupazioni. Poi ho capito che tutto doveva nascere dal vetro, dal 1966, l’anno della prima acqua alta che ha cambiato la percezione di Venezia, e poi una donna, magari a capo di una fornace, di nome Elena, che vive un amore intenso ma non possibile, e così pian piano la storia è nata, come nascono sempre le storie, senza sapere esattamente perché.
Quest’opera ha il merito, a mio avviso di presentarci gli eventi storici del secondo dopoguerra da una prospettiva diversa ma non meno efficace, cosa pensa a riguardo?
Credo che la grande storia passi appunto per le storie familiari. Penso sempre a Fenoglio, a “Una questione privata“. E questo a maggior ragione nel dopoguerra, che soprattutto in Italia ha rappresentato una serie di eventi importanti ma senza il grande evento, come solo le guerre o certi cambi di regime, probabilmente possono essere. Ci sono invece state delle catastrofi naturale, a Venezia anche in tono minore che altrove, ma le acque alte hanno segnato profondamente la città. Però la vita è scorsa, in qualche modo, in questo tempo, e ci ritroviamo adesso, e non capiamo bene a che punto siamo. Forse la letteratura può aiutarci? La letteratura non pretende di spiegare, ma di raccontare, e certe volte è il mezzo davvero più efficace.

Diversi sono i protagonisti ma spiccano certamente Elena e Tiziano, due mondi diversi tra cui però nasce una certa affinità che li accompagna tutta la vita. Quali sono secondo lei gli elementi che li accomunano e su quali invece divergono?
Credo che entrambi siano abili, rispettosi, caparbi. Credo che entrambi non sappiamo vivere fino in fondo l’amore con l’altro; Elena per mancanza di coraggio, ma forse anche Tiziano, in realtà, è un po’ codardo, un po’ legato a dei compromessi. Credo che siano diversi per estrazione sociale, certe volte per ironia, per il modo di vedere il mondo. Elena è più morbida, Tiziano è più duro. Sono una di quelle coppie che si forma a lavoro. Sono una di quelle coppie che sa vivere benissimo quando si è in due, ma fa fatica a confrontarsi con il mondo.
Ci sono poi i figli di Elena, in primis Ulisse che sembra in qualche modo ribaltare le caratteristiche dell’eroe omerico scappando sempre di casa e mostrando delle intuizioni che nel complesso non risultano mai azzeccate. Cosa voleva rappresentare con questo personaggio?
Sono molto affezionato a Ulisse, anche se ovviamente è l’antagonista della storia. Ma credo che nelle sue durezze, nelle sue difficoltà, abbia anche le sue ragioni. Nel sognare che i suoi genitori si amino, nel detestare Elena per i suoi tradimenti, nel credere in un mondo diverso. Però è sostanzialmente un perdente, uno che, appunto, sbaglia tutto, che non ha il talento di sua madre e probabilmente nemmeno la profondità di suo padre. Ma se anche la simpatia non va a lui, è evidente che tutti i personaggi di questo romanzo siano imperfetti.
La seconda, Marta, è una figura ancora più complessa. Sua madre crede di comprenderla al volo eppure c’è sempre qualcosa che sfugge al suo controllo. Quali sono a suo avviso gli aspetti principali di Marta e del rapporto con la madre?
Forse prima ho mentito, e la verità è che questo libro l’ho scritto per Marta. Perché anche nella mia generazione c’è chi si è perso via senza motivo. Siamo stati così, noi nati negli anni Ottanta, o forse è sempre andata così ma per quelli degli anni Ottanta fa quasi più rumore, perché è stata una generazione fortunata, a cui non mancava niente, eppure la testa faceva perdere lo stesso, chissà persona. E quindi Marta ed Elena sono madre e figlia, due persone che si stimano, si riconoscono, discutono, come capita, ma poi all’improvviso succede qualcosa di più grande. Ma in fondo Marta si appoggia sempre a Elena, non può star senza, fino all’ultimo si fiderà di sua mamma.
Mi ha colpito molto il titolo del libro, l’associazione del fuoco a una città che solitamente associamo all’acqua. Ed è altrettanto vero che Venezia è legata al fuoco, penso ovviamente alle fornaci di Murano e anche alla fenice. Come spiega questa armonia tra due elementi per natura contrapposti?
Credo che di Venezia si sottovaluti sempre il fatto che è un luogo naturale, in mezzo alla natura, che nasce sull’acqua, costruendo la terra ancora prima di costruire una città. Venezia è antica, ancestrale, segnata dal fuoco. Poi, certo, il fuoco è anche appunto la voglia di rovesciare lo stereotipo di Venezia, la sua natura calma, acquatica, pensosa, per invece ritrovarne l’anima più sfrontata, spavalda, in fondo finale. Meno limacciosa, più barbarica.
Un altro libro suo che al tempo ho apprezzato molto è “Il libraio di Venezia“, le va di ricordarci con quale intento è nato? E come è attualmente la situazione delle librerie a Venezia?
é l’unico libro che io abbia mai scritto di getto, in poche settimane, senza tanto pensare. é capitato nei giorni dell’acqua granda del 2019, è nato come un sostegno e poi un omaggio alle librerie veneziane. A partire da un libraio che non esiste, Vittorio, ma che è la somma di tanti librai che conosco. Le librerie, a Venezia, continuano a crescere, se non a prosperare. Sono più quelle che aprono che quelle che chiudono. è un dato che mi pare importante, promettente.

Se dovesse guardare agli altri suoi romanzi quale sente che per certi versi avrebbe meritato maggiore considerazione e quale ritiene sia l’ideale per conoscere la sua proposta narrativa?
Sono molto affezionato a “Le ultime lezioni”, che non ha avuto grande considerazione, ma che ha una sua autenticità, un suo spaesamento, un suo senso viscerale della vita. Credo di aver scritto libri diversi tra di loro, ma chissà, forse si scrive sempre lo stesso libro, che si rincorra la Sirenetta di Hans Christian Andersen o il viaggio nella laguna veneziana di due amanti. Quel che cambia da libro a libro è forse più che altro la consistenza della trama, delle cose che succedono, perché con il Fuoco sono tornato a voler raccontare molto, come avevo fatto forse solo all’inizio del mio scrivere. Da questo punto di vista, forse proprio Il fuoco è un buon punto di partenza per lettori anche diversi.
Viviamo in un mondo dove la comunicazione e il confronto passano spesso e volentieri per i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?
Non sono un pessimista. Mi pare che ogni epoca abbia le sue sfide e le sue difficoltà. Anche se ogni tanto penso che i tempi stiano peggiorando drasticamente. Ma cambiano le persone, i valori, più che i mezzi. I social da questo punto di vista sono un modo straordinario di raccontare una società senza mediazioni, dove l’individuo esiste di per sé, e questo dovrebbe essere un valore, ma qualche volta si trasforma in un incubo. Ma non mi unirò al coro delle baccanti che odiano il presente; nei social si trovano anche cose interessantissime, straordinarie. Io mi sto rivedendo per esempio le vecchie Stanze di Montanelli su Facebook: uomo a tratti detestabile, ma che lingua, che acutezza (e forse fantasia) nella creazione degli aneddoti.
Un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità. C’è qualche altro aspetto di Venezia che le piacerebbe approfondire in altre opere in futuro?
Devo dire che i miei due libri che hanno avuto più riscontro dal pubblico, Il libraio di Venezia e Il Fuoco di Venezia, sono una bella ispirazione anche per il futuro. Cosa ha ancora da raccontare questa città? Forse mi piacerebbe scrivere qualcosa di solo contemporaneo, generazionale, ma della mia generazione, non di quella di Elena e Tiziano. O forse mi piacerebbe parlare della natura, far parlare degli animali. O forse invece andrò lontano, chissà, perché Venezia è anche un limite.
Intervista di Enrico Spinelli


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