Un regalo veramente speciale: La casa degli spiriti, di Isabel Allende Feltrinelli)

La misura: MEMORIA
La mia copia di La casa degli spiriti mi fu regalata alla fine degli anni Ottanta da una persona a me molto cara, che ha lasciato questo nostro mondo già da tempo. Da allora il libro ha attraversato traslochi, cambiamenti e stagioni diverse della mia vita. È ancora nella mia libreria e porta con sé una presenza che va oltre la storia narrata.
Il potere dei libri passa anche da qui. Qualcuno li sceglie per noi, scrive magari poche parole sulla prima pagina, ce li consegna in un momento preciso. Molti anni dopo possiamo riaprirli e sentire che quel gesto non si è esaurito. La persona non c’è più, il legame continua ad abitare l’oggetto che ha lasciato. Pochi romanzi potrebbero accogliere questo ricordo quanto La casa degli spiriti, costruito proprio sull’idea che i morti non scompaiano del tutto finché qualcuno ne custodisce la memoria e ne racconta la storia.
Pubblicato nel 1982, La casa degli spiriti è il romanzo d’esordio di Isabel Allende e l’opera da cui ha avuto inizio la sua lunga vicenda letteraria. La Allende cominciò a scriverlo durante l’esilio in Venezuela, a partire da una lettera destinata al nonno morente. Il Cile era ormai lontano: dopo il colpo di Stato del 1973, la repressione e la dittatura avevano spezzato vite, famiglie e appartenenze. Scrivere significava recuperare ciò che l’esilio aveva disperso, dare forma ai ricordi familiari e ricostruire attraverso l’immaginazione un paese perduto.
Questa origine contiene già il movimento profondo del romanzo. La storia della famiglia Trueba attraversa più generazioni e si intreccia con quella di un paese latinoamericano mai nominato, eppure riconoscibile nel Cile del Novecento. La grande proprietà terriera, le disuguaglianze sociali, le rivendicazioni popolari e la violenza autoritaria entrano gradualmente nella vita domestica. La Storia nasce nelle relazioni private: nel possesso, nella sopraffazione, nei silenzi imposti, nella distanza tra chi esercita il potere e chi ne subisce le conseguenze.
Al centro di questa genealogia c’è Esteban Trueba, patriarca ambizioso, collerico e incapace di concepire l’amore senza una qualche forma di dominio. La Allende gli affida una voce in prima persona, alternata alla narrazione più ampia della vicenda familiare. Esteban racconta, giudica, corregge la memoria altrui e tenta di imporre la propria versione degli eventi, proprio come ha cercato di imporre il proprio ordine alle persone che lo circondano. Le sue contraddizioni non cancellano la violenza esercitata; mostrano quanto il potere possa convivere con l’affetto, la paura della solitudine e una tardiva consapevolezza delle proprie responsabilità.
Accanto alla sua voce agisce quella delle donne, affidata soprattutto ai quaderni di Clara. Clara registra nascite, morti, presagi, passioni e apparizioni soprannaturali con la medesima naturalezza. La sua scrittura domestica acquista nel tempo un valore politico: conserva ciò che la versione ufficiale tenderebbe a espellere, protegge le esperienze femminili e restituisce continuità a una famiglia segnata dalle fratture. Attraverso Clara, Blanca e Alba, la memoria passa da una generazione all’altra e diventa una forma di resistenza alla cancellazione.
Anche la casa accompagna questa trasformazione. Esteban la costruisce come espressione della propria ascesa sociale; Clara la apre all’imprevisto, alle voci, agli spiriti e alle esistenze eccentriche. Le stanze si moltiplicano, l’ordine originario si altera, il confine tra vivi e morti perde rigidità. La forma del romanzo segue lo stesso principio: si espande attraverso digressioni, anticipazioni, ritorni e racconti laterali, come se ogni vita ne chiamasse inevitabilmente un’altra.
Il richiamo a Cent’anni di solitudine è inevitabile. La saga familiare, il tempo circolare e la presenza del soprannaturale nella quotidianità avvicinano il romanzo alla tradizione del realismo magico. Tuttavia, lo sguardo della Allende possiede un centro diverso. Qui la genealogia è soprattutto femminile e la memoria nasce da scritture private, gesti di cura, racconti tramandati e corpi esposti alla volontà maschile. Il meraviglioso non allontana dalla realtà storica: permette di rappresentare un mondo nel quale i traumi del passato continuano ad agire sul presente.
La prosa della Allende è ampia, sensuale, ricca di immagini e sostenuta da un gusto evidente per il racconto. Alterna ironia, tragedia, passione amorosa e violenza politica senza spezzare la continuità della saga. L’autrice anticipa talvolta il destino dei personaggi, sottraendo importanza alla sorpresa e concentrando l’attenzione sul modo in cui gli eventi maturano e si ripetono attraverso le generazioni.
Questa abbondanza rappresenta insieme la forza e il limite dell’opera. In alcuni passaggi la narrazione tende a spiegare troppo, le coincidenze assumono un’evidenza melodrammatica e alcuni personaggi secondari appaiono modellati in funzione del disegno storico. La struttura conserva però una solidità profonda: motivi, gesti e colpe attraversano il tempo, cambiano forma e riemergono a distanza di anni. La ripetizione mostra come ogni eredità possa essere subita, trasformata oppure interrotta.
La dimensione politica acquista forza proprio dal legame con la vita familiare. La Allende racconta il dominio sulla terra, sulle classi subalterne e sulle donne come manifestazioni della stessa cultura del possesso. La violenza collettiva non irrompe all’improvviso: è stata preparata nelle gerarchie considerate naturali, nei privilegi difesi come diritti e nell’incapacità di riconoscere l’umanità di chi occupa una posizione diversa.
A questa catena il romanzo oppone la memoria. Ricordare non significa idealizzare il passato o assolvere chi ha ferito. Significa ricomporre i frammenti, ascoltare voci differenti e sottrarre le vite alla versione di chi ha avuto il potere di parlare più forte.
A oltre quarant’anni dalla pubblicazione, La casa degli spiriti conserva la forza dei grandi romanzi familiari e la precisione di un’opera nata da una frattura storica reale. La sua esuberanza può apparire talvolta eccessiva, ma appartiene alla natura stessa del progetto: accogliere un secolo, una famiglia, un paese e le voci che la storia ufficiale avrebbe potuto disperdere. È il libro più rappresentativo della Allende, quello in cui la vocazione narrativa, lo sguardo femminile e l’esperienza dell’esilio raggiungono l’equilibrio più fertile.
La mia vecchia copia aggiunge oggi un’ulteriore generazione a questa storia di presenze e assenze. La persona che me la regalò non poteva sapere quanto a lungo quel dono avrebbe continuato a parlarmi. Forse il potere dei libri consiste proprio nella loro capacità di custodire più vite: quella narrata, quella di chi li ha scritti, quella di chi li ha scelti per noi e la nostra, diversa ogni volta che torniamo ad aprirli.
Avete anche voi un libro che continua a tenere viva la presenza di chi ve lo ha donato?
Recensione di Karin Zaghi
LA CASA DEGLI SPIRITI Isabel Allende


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