Abbiamo intervistato Gianni Solla, in occasione del suo nuovo romanzo La memoria delle foglie

Abbiamo intervistato Gianni Solla, in occasione del suo nuovo romanzo La memoria delle foglie

 

Gianni Solla

 

Intervista n. 331

 

  1. Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei di presentarci il suo nuovo libro “La memoria delle foglie”.

La memoria delle foglie racconta la storia di Lorenzo, un uomo di cinquant’anni che, in un momento particolarmente difficile della propria vita, ritorna quasi per caso nel vivaio della sua famiglia, nascosto tra i palazzi dell’ex periferia industriale di Napoli. Lì incontra Renato, che gli offre un lavoro e, senza dichiararlo, anche un’amicizia. Attraverso la cura delle piante, il rapporto con i figli Roberta e Tommy e l’incontro con Ester, Lorenzo comincia a ricostruire ciò che credeva definitivamente perduto. È un romanzo sulla famiglia, sulla memoria e sulla possibilità di ricominciare.

  1. Il protagonista Lorenzo è un personaggio piuttosto articolato. Quali sono gli elementi del suo trascorso che influiscono sulla sua persona e quali le situazioni che lo aiutano a maturare?

Lorenzo vive facendo continuamente l’inventario di ciò che ha perduto: il padre, il rapporto con Arianna, la quotidianità con i figli, il lavoro e, in qualche modo, anche la persona che pensava di essere. Il suo passato familiare e l’infanzia trascorsa nel vivaio continuano ad agire dentro di lui, sebbene abbia cercato a lungo di allontanarsene. A farlo maturare sono soprattutto situazioni apparentemente semplici: lavorare con le mani, rispettare i tempi delle piante, nuotare, ascoltare Renato e tentare di comunicare nuovamente con Roberta e Tommy. Lorenzo comprende che maturare non significa cancellare i propri errori, ma riconoscerli e provare a compiere gesti diversi. La sua è una formazione tardiva: la scoperta che si può ancora cambiare anche quando si è convinti di essere arrivati troppo tardi.

 

 

 

  1. Il mondo che ruota attorno a lui è fatto di persone non secondarie come Renato, i figli e l’insegnante di nuoto Ester. Cosa rappresentano per Lorenzo?

Ciascuno di loro rappresenta una possibilità. Renato è l’amicizia adulta, quella che non ha bisogno di grandi dichiarazioni e si costruisce attraverso il lavoro e la presenza. Roberta e Tommy sono invece il legame che Lorenzo teme di avere compromesso, ma anche la ragione più profonda per cui vale la pena cambiare. Non sono soltanto “i figli”: sono due persone diventate adulte senza che lui riuscisse davvero ad accorgersene. Ester, infine, rappresenta un’apertura verso il presente. Insegna a Lorenzo che volere bene a qualcuno non significa necessariamente salvarlo o esserne salvati. Tutti questi personaggi lo costringono a uscire dalla propria solitudine e a capire che nessuna rinascita avviene davvero senza gli altri.

  1. Il vivaio dove lavora è come un luogo incantato nella periferia industriale. Viene da immaginare che rappresenti non solo un’oasi di ristoro ma, metaforicamente, quell’ancora di speranza che dobbiamo cercare e curare in ogni situazione, anche la più complicata. Cosa ne pensa?

Il vivaio è immerso nelle contraddizioni della periferia: è circondato dal cemento, porta i segni del tempo e deve lottare ogni giorno per sopravvivere. Proprio per questo diventa un luogo di resistenza. La speranza, nel romanzo, non è qualcosa che si trova già pronto, ma qualcosa di cui bisogna occuparsi. Ha bisogno di tempo, attenzione e continuità. Il vivaio non cancella le ferite di Lorenzo, ma gli insegna che persino una parte recisa conserva memoria di ciò che è stata e può generare una nuova forma di vita.

  1. Qual è il messaggio più profondo di un titolo carico di significato come “La memoria delle foglie”?

Le foglie cambiano, cadono e ritornano, ma non sono mai davvero le stesse. Nel romanzo la memoria non è soltanto il ricordo del passato: è ciò che il passato lascia dentro di noi, anche quando crediamo di essercene liberati. Una pianta conserva nelle proprie forme le potature, le ferite, la siccità e le stagioni attraversate. Lo stesso accade alle persone. Il titolo suggerisce che non possiamo tornare esattamente ciò che eravamo, ma possiamo trasformare quello che abbiamo vissuto in qualcosa di nuovo. La memoria non serve a trattenerci nel passato: può diventare una radice dalla quale ripartire.

  1. La cura di un vivaio chiede pazienza, determinazione e anche una certa forza d’animo, soprattutto in un contesto come una periferia industriale. Se guarda al mondo di oggi quanto si è perso di tutto questo e quali sono secondo lei le cause?

Credo che abbiamo perso soprattutto la confidenza con l’attesa. Viviamo in un tempo che pretende risultati immediati, risposte rapide e una produttività costante. La precarietà, la velocità della comunicazione e la paura di restare indietro ci spingono a considerare inutile tutto ciò che non produce subito un risultato visibile. Un vivaio obbedisce invece a un’altra idea del tempo: non si può ordinare a una pianta di crescere più velocemente, forse accade in contesti industriali ma non qui. Bisogna osservarla, aspettare e accettare anche il fallimento. Non penso, però, che pazienza e determinazione siano scomparse. Continuano a esistere in moltissime persone e in tanti luoghi periferici, soltanto che fanno meno rumore e quindi spesso non ce ne accorgiamo.

  1. Guardando alle altre sue opere, che hanno tutte molto del romanzo di formazione, trova dei parallelismi tra Lorenzo e gli altri protagonisti? E quali sono invece le peculiarità che li contraddistinguono?

Lorenzo condivide con Jacopo di Tempesta madre e con Davide de Il ladro di quaderni una ferita familiare e la necessità di trovare una propria lingua per stare nel mondo. Sono personaggi che inizialmente subiscono il luogo, la famiglia e il tempo in cui sono nati, ma che provano gradualmente a trasformare ciò che hanno ricevuto. La differenza principale è l’età. Davide e Jacopo devono diventare adulti; Lorenzo crede di esserlo già e deve invece imparare a diventarlo in un modo nuovo. Il suo è un romanzo di formazione rovesciato: non racconta la scoperta del futuro da parte di un ragazzo, ma la possibilità, per un uomo di cinquant’anni, di non considerare conclusa la propria storia.

 

 

 

  1. C’è un ambito narrativo o una particolare situazione o ambientazione che l’affascina e che potrebbe un domani essere oggetto di una nuova storia?

Mi interessano i luoghi attraversati da una trasformazione, quelli in cui la storia collettiva entra improvvisamente nelle vite private. Continuo a essere affascinato dalle periferie, dalla provincia e dai territori posti ai margini della narrazione ufficiale. Sicuramente le mie nuove storie partiranno da qui.

 

  1. Viviamo in un mondo dove la comunicazione e il confronto passano per i social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

Uso i social come un boomer, faccio le foto ai gatti per strada. Li uso come li avrebbero usati nella preistoria. Ogni tanto qualcuno mi manda la foto dei miei libri e io la condivido, quello mi piace.

 

  1. Per finire, ringraziandola per la disponibilità e tornando per certi versi al suo ultimo romanzo: c’è un luogo particolare a Napoli che per lei è un po’ come il vivaio per Lorenzo?

Direi la spiaggia di sabbia nera di San Giovanni a Teduccio. È un luogo che contiene molte delle contraddizioni di Napoli Est: la bellezza del mare e le ferite lasciate dall’industria, il desiderio di rinascita e ciò che ancora resiste all’abbandono. Non è un luogo perfetto o pacificato, ed è proprio questo a renderlo importante per me. Come il vivaio di Lorenzo, dimostra che la bellezza non nasce soltanto nei posti preservati, ma può sopravvivere anche dove è stata trascurata, nascosta o data per perduta. È un luogo che continua a ricordarci ciò che è stato e, nello stesso tempo, ciò che potrebbe ancora diventare.

 

Recensione di Enrico Spinelli

 

LA MEMORIA DELLE FOGLIE – Gianni Solla

LA MEMORIA DELLE FOGLIE Gianni Solla

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