Abbiamo intervistato Marina Marazza parlando approfonditamente della Saga dei Barolo

Abbiamo intervistato Marina Marazza parlando approfonditamente della Saga dei Barolo

 

Intervista n. 329

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Per prima cosa le chiedo qual è stata la spinta che l’ha portata a intraprendere il percorso della saga dei Barolo.

L’Italia ha nella sua storia delle vicende e dei personaggi bellissimi e poco noti. Quella dei marchesi di Barolo è particolarmente ricca e significativa: dietro la nascita del primo grande vino serbevole nato dalle uve italiane scorre l’epopea del Risorgimento con tutte le sue luci e le sue ombre e campeggia la figura della marchesa Giulia, francese di nascita e torinese di adozione, una donna così avanti sui tempi da risultare sensazionale e attualissima.

 

 

L’opera vede attualmente due pubblicazioni e un terzo in lavorazione. Quanto tempo e quanto lavoro di ricerca ha richiesto un lavoro cosi articolato?

Il respiro della saga, che del resto era d’obbligo per una storia così ampia, richiede una triplice ma grata fatica documentale. La mia cifra è infatti quella di raccontare solo fatti accaduti, come in un saggio, ma in forma fictional. Ogni romanzo ha richiesto un annetto di lavorazione ed è stato una meravigliosa scoperta di dettagli d’epoca prima di tutto per me, che pure sono laureata proprio in Storia del Risorgimento.

Giulia, protagonista principale, è una figura che colpisce in primis per la sua modernità e per la grande determinazione. Quali aspetti l’hanno sorpresa di più di lei e quale messaggio vorrebbe che trasmettesse al lettore?

Il 2026 è l’anno di Giulia di Barolo, a Torino a gennaio hanno inaugurato la prima statua di una donna, ed era la sua. Nel monumento molto storytelling Giulia è raffigurata mentre soccorre una popolana, in una immagine-simbolo di tutta la sua missione di vita. Impegnata nel sociale, decisa a migliorare l’istruzione del popolo come primo strumento di liberazione spirituale, morale e concreto, contraria alla pena di morte, sensibile a tutte le novità della sua epoca, capace di collaborare con i grandi contemporanei, da Cottolengo a Cafasso, da Bosco a Cavour, attenta alla condizione femminile delle regine quanto delle lavandaie, Giulia ha vissuto la Rivoluzione francese, la guerra di Vandea, il direttorio, Napoleone, la Restaurazione, il Risorgimento. Avrebbe potuto chiudersi nella bomboniera del suo palazzo e delle sue ricchezze, ha scelto di scendere nelle strade di una Torino che era un mix della Parigi dei Miserabili e della Londra di Dickens, senza pensarci su due volte. Il messaggio è immediato: fai quello che puoi per chi ha bisogno.

Personalmente, soprattutto nel primo libro, ho potuto apprezzare per certi versi la modernità del marito Tancredi, ben disposto verso le iniziative della moglie, una cosa che ahimè non e scontata oggi, figuriamoci al tempo. Che valore ha questa figura nel sostegno a Giulia?

Tancredi non sarebbe stato quel che è stato senza Giulia e Giulia non sarebbe stata quel che è stata senza Tancredi. Una coppia eccezionalmente evoluta per le idee del tempo, formata nell’Illuminismo, aperta, colta, di alta spiritualità. Tancredi è un grande teorico della nuova pedagogia, un grande sostenitore della educazione del popolo, della formazione al lavoro. Lui capisce che certi mali, compreso il carcere, vanno prevenuti, formando i cittadini fin da piccolissimi. E se proprio alla galera si deve arrivare, chi deve scontare una pena detentiva lo farà a patto di uscire dalla prigione una persona migliore di quando ci è entrata. L’idea della pena detentiva che non sia solo punitiva è rivoluzionaria, all’epoca delle catene dei Savoia. Tancredi accetta di non poter avere figli da Giulia, accetta di essere l’ultimo del suo ramo dei Falletti, senza rimpianti: considera suoi figli tutti quelli che hanno bisogno. E’ un amministratore capacissimo, sia dei suoi beni che della città, essendo decurione e per due volte sindaco. Un uomo eccezionale al fianco di una donna eccezionale.

Quali sono, a suo dire, gli aspetti principali del mondo che circonda Giulia, e quali sono i suoi principali alleati e i contrasti che deve affrontare?

Giulia arriva a Torino, dopo l’esperienza francese prima come espatriata durante la rivoluzione e poi come dama dell’imperatrice Giuseppina alla corte di Napoleone, con l’idea di cambiare delle cose. Tutti i grandi cambiamenti incontrano grandi resistenze. La marchesa non ha contro soltanto le frange più retrive della corte sabauda, ma a volte anche le stesse persone del popolo che avrebbero grande beneficio dalle sue iniziative, è la famosa resistenza al cambiamento. E’ amica dei Cavour, dei d’Azeglio, del re e della regina, dei santi sociali torinesi, dei grandi intellettuali del momento. Si prenderà in casa Silvio Pellico come segretario speciale. Sono momenti politicamente instabili, ci sono i moti del 21, ci sono i carbonari, ci sono i gesuiti, si arriverà fino al 48 e alla primavera dei popoli e alle cinque giornate e alla guerra contro l’Austria, nel terzo volume. Giulia ha una grande empatia e riesce a portare le persone più diverse a dare il loro contributo per le migliori cause, combattendo quotidianamente contro giochi di potere, interessi personali, calunnie, ignoranza, superstizione, malafede.

 

 

Mi ha colpito molto la dedizione con cui la protagonista si adopera per garantire ai carcerati una vita dignitosa. Guardando alla situazione odierna con tutti i limiti e gli scarsi progressi quanta attualità c’è in quelle pagine?

Quando Giulia entra per la prima volta nel 1814 nelle carceri senatorie le trova sovraffollate, con problemi di igiene, piene di detenuti in attesa di giudizio da troppo tempo per colpa di una giustizia lenta e inefficiente, con donne incinte o con bambini piccoli che non si sa dove collocare, con gente che preferirebbe togliersi la vita piuttosto che rimanere in quell’inferno. Quando si pensa ai rapporti che vengono fatti oggi dalle grandi organizzazioni umanitarie sulla situazione delle carceri italiane il parallelo salta all’occhio.

Guardando alla sua proposta narrativa è notevole il suo impegno nel trattare figure storiche femminili magari conosciute ma comunque spesso ai margini della Storia. Quale di queste le ha riservato maggiori sorprese e quale e quali pensa che meriterebbe di essere riscoperta?

Impossibile sceglierne una, tra quelle che ho raccontato, in epoche e contesti diversi. La madre di Leonardo, la strega di Milano, la monaca di Monza, sua figlia,  la moglie di Dante e le mogli di Manzoni sono tutte exempla, come dicevano i latini, di vite al femminile terribili e magnifiche in grado di diventare manifesti della loro epoca e della condizione femminile attraverso i secoli. Moltissime aspettano di essere scoperte e per quel che potrò cercherò attraverso le mie pagine, come sempre faccio, di dare loro giustizia postuma e luce attraverso la mia scrittura.

Altra cosa per niente scontata è la sua capacità nell’affrontare eventi storici bilanciando accuratezza e narrazione, offrendo un contributo culturale e divulgativo arrivando comunque a qualunque tipologia di lettore. Quale ruolo può e deve svolgere la narrativa nel far arrivare al grande pubblico esempi di donne cosi importanti?

A noi piace molto lo storytelling, per fortuna, e il romanzo storico rappresenta per definizione un mix di generi letterari, perché racconta la vita, e nella vita c’è dramma e c’è divertimento, c’ tragedia e c’è comicità, c’è amore, c’è avventura, c’è romanzo di formazione, c’è thriller e giallo e noir e perfino fantasy. La storia raccontata nel modo giusto, raccontando i personaggi storici nella loro realtà, senza mai traccia di agiografia, avvicina passato e presente e ci fa capire quanto siamo simili a persone vissute secoli fa, le quali hanno attraversato situazioni e combattuto sfide incredibilmente simili alle nostre. Questo vale anche per la readership più giovane, che crede di detestare Dante o Manzoni semplicemente perché non li conosce se non attraverso un filtro perverso che li fa sembrare remoti e sgradevoli, quando invece erano uomini di carne e di sangue, con i loro orribili difetti e i loro meravigliosi talenti. In questo senso il mio historytelling è molto utile a stabilire la realtà dei fatti e a rendere i grandi della Storia, uomini o donne che siano, molto più interessanti, più vicini, più comprensibili e più simpatici.

Viviamo in un mondo dove comunicazione e confronto passano per i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

I social non vanno demonizzati, vanno usati con criterio, per l’utilità che possono avere accorciando distanze prima incolmabili. Se non teniamo sotto controllo la nostra mania di protagonismo, il nostro narcisismo fastidiosissimo, il nostro bisogno incoercibile di non essere mai tagliati fuori, allora diventa una cosa orribile, come tutte le dipendenze. I social sono uno strumento al nostro servizio. Invece a volte non siamo noi a usare i social per migliorare la nostra vita, ma sono i social ad abusare del nostro prezioso tempo e della nostra attenzione al solo fine di generare profitto trasformandoci in idioti cliccanti.

Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. C’è nei suoi progetti futuri di affrontare un’altra saga familiare e quali dovrebbero essere i criteri per stimolarla a percorrere questa strada?

Non so se sarà una saga, di certo sarà un romanzo, anche più d’uno. Dopo la conclusione della trilogia dei Barolo, altre storie mi stanno chiamando, altri personaggi aspettano di riprendere vita nelle mie pagine trasformate in una macchina del tempo per portare i miei lettori in viaggio in epoche che sembrano così lontane ma che rimangono invece così vicine e così simili alla nostra realtà.

 

Recensione di Enrico Spinelli

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