Viaggio nell’universo narrativo di STEPHEN KING – Terza Parte (1985-1989)

[Questa seconda metà è segnata dalla pubblicazione di due opere ritenute a buon diritto imprescindibili e che in qualche modo rimarranno come punti di riferimento per i fan dello scrittore di Bangor. Sono al contempo anni di forte dipendenza dal alcool e droga che faranno toccare il fondo al nostro…un fondo da cui grazie al cielo sarà in grado di tirarsi fuori]
SCHELETRI (1985)
Nuova raccolta, comprendente 19 racconti, un romanzo breve e due previ poesie. La storia più lunga, “La nebbia”, racconta appunto di uno strano evento atmosferico che avvolge il Maine dopo una tempesta, accompagnato da misteriose e violente creature che attaccano chiunque esca di casa, in un quadro sospeso tra esperimenti governativi e dimensioni parallele.
Gli altri racconti viaggiano tra horror, thriller più o meno psicologici, fantascienza e surrealismo, in un mosaico di esperienze narrative diverse ed eterogenee che ancora una volta ben rappresentano la varietà dell’universo di Stephen King. Una lettura ricca e coinvolgente, con alcuni racconti particolarmente memorabili.
A Derry una non ben definita entità si risveglia da un letargo di 27 anni e appare nella forma del clown Pennywise a un bambini di 6 anni che sta cercando di recuperare la sua barchetta di carta finita in un tombino, uccidendolo brutalmente e seminando il panico tra i ragazzi che cominciano a vederlo nelle forme più strane e spaventose. Sette amici, tra cui il fratello della vittima, lo affronteranno insieme e lo sconfiggeranno… o almeno sarà quello che crederanno di aver fatto, perché passati altri 27 anni la creatura ricomparirà.
Sicuramente il testo più celebre di Stephen King, da molti superficialmente derubricato a opera horror (grazie anche a trasposizioni filmiche che per quanto ben fatte ne hanno dato solo una visione parziale) si tratta senza dubbio di un grande romanzo di formazione corale sul passaggio dall’infanzia all’età adulta oltre che sul confronto con le proprie paure. I sette protagonisti rappresentano metaforicamente i classici “perdenti” frequentemente isolati e bullizzati: il nero, il balbuziente, l’obeso, l’ebreo, l’ipocondriaco, la figlia povera di un bidello sempre ubriaco e violento e il “quattr’occhi rosso di capelli” e la “creatura” l’essenza stessa delle loro paure che non può essere tenuta a bada ma deve essere affrontata e sconfitta per potersene definitivamente liberare. Tante le tematiche, lo microstorie, gli “easter eggs” e gli elementi degni di nota all’interno di questo testo, troppi per una recensione che vuole essere la più sintetica possibile, di sicuro va detto che si tratta dell’opera più completa e compendio perfetto della filosofia kinghiana, sicuramente un classico da conoscere, leggere e rileggere per trovarne ogni volta nuovi dettagli e che dopo 40 anni continua a dire quello che ha da dire.
[piccola nota a margine: so che in tanti si sono-legittimamente- scandalizzati per un certo passaggio piuttosto forte e di cattivo gusto all’interno del libro. Chi vi scrive lo ha sempre considerato come una sorta di metafora che rappresenta tanto l’unione quanto il passaggio all’età adulta; ovviamente di opinione personale trattasi]
Uno scrittore di successo rimane gravemente ferito in seguito a un incidente stradale, e a soccorrerlo e a prendersi cura di lui ci pensa un ex-infermiera in pensione. Quello che sembrerebbe un bel colpo di fortuna per il nostro si rivelerà in realtà un incubo: la donna, non esattamente stabile psicologicamente, è una grande fan dello scrittore e della protagonista dei suoi romanzi, Misery: non ha però ancora letto l’ultimo romanzo e non può immaginare che l’autore abbia deciso di farla morire. Questo finale trasformerà il ricovero dell’uomo in un carcere fatto di vessazioni, punizioni e ricatti per avere degli antidolorifici…e il compito di riscrivere le sorti di Misery.
Forse il più riuscito dei thriller di Stephen King, geniale nello sviluppo e capace di coinvolgere il lettore nonostante l’ambientazione ristretta e il numero limitato di personaggi, in un gioco di tensione continua fino all’ultima pagina.
Piccola curiosità: in un’intervista King svelerà che il romanzo era in realtà una metafora della sua dipendenza dalla cocaina e in effetti a ripensarla in questi termini c’è una sua logica.
LA CHIAMATA DEI TRE (1987)
(Secondo libro della Saga della Torre Nera)
Continua il viaggio di Roland alla ricerca della Torre Nera, tra creature maligne e porte che si aprono sul nostro mondo e attraverso le quali il nostro troverà i compagni con cui proseguire la ricerca: l’eroinomane Eddie e una donna con disturbo dissociativo della personalità.
L’avventura di Roland comincia a prendere una direzione chiara e in questo libro, molto più scorrevole e dinamico, conosciamo alcuni dei protagonisti delle parti successive. Molto avvincente e meno enigmatica della prima parte, quest’opera segna un punto cruciale nella saga e genera curiosità per il suo prosieguo.
TOMMYKNOCKER- LE CREATURE DEL BUIO (1987)
Una donna trova nel bosco vicino casa sua un oggetto metallico parzialmente nascosto nel terreno e che, una volta disseppellito, si rivelerà essere l’estremità di un’astronave alinea che rilascia nell’aria un gas che a sua volta trasforma gli abitanti del luogo in esseri simili ad alieni, con conseguenze nefaste.
Si tratta di una delle opere più controverse e polarizzanti della produzione narrativa di King: per l’autore stesso si tratta di un libro tremendo, l’ultimo scritto da tossicodipendente e di cui solo una metà è da considerarsi veramente valida. Effettivamente la prolissità non gioca a suo favore e tante sono le parti superflue che rendono la lettura meno scorrevole e più faticosa, a fronte di tanti passaggi coinvolgenti e altri piuttosto spaventosi. Di fondo si tratta di un romanzo horror/fantascientifico apocalittico con delle buone idee e degli spunti interessanti, imperfetto, certo, ma che ha comunque qualcosa da dire se ha la pazienza di estrarne l’essenziale.
Da segnalare la presenza di alcuni riferimenti ad altre opere, i più evidenti dei quali riguardano un cameo di Jack Sawyer (“Il talismano”) ormai adulto e un personaggio di passaggio a Derry che ha la sensazione di vedere un pagliaccio affacciarsi da un tombino.
LA METÀ OSCURA (1989)
Uno scrittore di successo utilizza uno pseudonimo per pubblicare romanzi diversi con protagonista uno spietato assassino; una volta smascherato decide di inscenare un finto funerale del suo alter ego, credendo cosi di chiudere il cerchio. Il problema è che il suo pseudonimo è molto più reale di quanto il nostro immagini e non ne vuole sapere di essere morto ma, anzi, comincia ad uccidere.
Stephen King riprende il classico tema del doppio per un lavoro che tanto dell’horror quanto del thriller psicologico, un lavoro ad alta tensione con risvolti sorprendenti, colpi si scena e uno sviluppo dove niente può essere dato per scontato. Torna la cittadina di Ludlow già presente in “Pet Samatary” e compare lo sceriffo Alan Pangborn che sarà protagonista in “Cose preziose” nel decennio successivo.
Di Enrico Spinelli


Commenta per primo