LA MORTE A VENEZIA, di Thomas Mann (Einaudi)

Ci sono classici che scelgono da soli il loro momento. La morte a Venezia, per me, appartiene a questa specie. È una lettura breve, concentrata, di quelle che chiedono attenzione piena e in cambio lasciano molto più della loro misura. Mann prende Gustav von Aschenbach, scrittore celebre, uomo di disciplina, di prestigio, di autocontrollo, e lo porta a Venezia, in uno spazio di bellezza e febbre dove ogni equilibrio comincia lentamente a inclinarsi.
Della vicenda, in fondo, conta fino a un certo punto parlare. Conta molto di più seguire il movimento interiore che Mann costruisce con una precisione altissima. Aschenbach arriva già segnato da una stanchezza profonda, anche se continua a custodire la propria immagine di uomo composto, governato, fedele alla forma. L’incontro con Tadzio apre una frattura e da quel momento desiderio, contemplazione estetica, inquietudine e decadenza si stringono sempre di più l’uno all’altra. Mann accompagna questo processo con uno sguardo lucidissimo, sempre sorvegliato, sempre netto.
È questo l’aspetto che più mi ha colpita. Il desiderio viene trattato con una serietà estrema. Non come episodio sentimentale, ma come forza che investe l’identità, l’età, il corpo, la dignità, l’idea stessa che un uomo ha costruito di sé. Aschenbach ha fondato la propria esistenza sulla misura e sul dominio, e proprio per questo la sua incrinatura acquista una potenza ancora più intensa. Mann mostra quanto possa essere esposta una vita costruita interamente sulla forma quando la vita stessa torna a reclamare ciò che era stato tenuto a distanza.
E poi c’è Venezia, con il suo splendore malato, che in questo testo pesa moltissimo. Non fa da sfondo: accompagna, riflette, amplifica. La sua bellezza non consola, seduce. La sua grazia convive con qualcosa di guasto, di corrotto, e questa ambivalenza la rende il luogo perfetto per la vicenda di Aschenbach. Mann la trasforma quasi in una condizione dello spirito. Più si procede, più si sente che Venezia e il protagonista si rispecchiano.
Lo stile è di una compostezza ammirevole. Chiede presenza, e restituisce una ricchezza che va ben oltre la brevità del testo. Ogni frase sembra misurata con cura, ogni immagine porta con sé un pensiero sul rapporto tra arte e vita, tra ideale e abbandono, tra bellezza e dissoluzione. Si avverte in filigrana tutta una stagione della cultura europea, il culto della forma, il mito del classico, la crisi dell’uomo di cultura, ma nulla resta astratto: tutto passa attraverso questa figura che osserva, desidera, si espone al proprio smarrimento.
L’ho sentito come un testo severo e affascinante insieme. Non cerca complicità immediata, ti chiede piuttosto di restare dentro un’ambiguità che riguarda l’arte, l’ossessione, l’invecchiamento, il cedimento, la perdita di governo su di sé. Lo consiglierei a chi ama i classici brevi ma esigenti, a chi cerca una lettura densa, capace di tenere insieme pensiero e tensione narrativa, a chi è attratto da opere in cui la bellezza porta con sé anche una zona d’ombra.
A me ha lasciato soprattutto questo: l’idea che in certi autori la misura sia la forma più alta della vertigine. E tu, leggendo Aschenbach, senti di più il peso della decadenza o il richiamo della bellezza?
Recensione di Karin Zaghi


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