A NAPOLI CON MASSIMO TROISI Il napoletano di San Giorgio a Cremano Donatella Schisa

A NAPOLI CON MASSIMO TROISI Il napoletano di San Giorgio a Cremano, di Donatella Schisa (Giulio Perrone Editore)

Il torto più grande che si potrebbe fare nei confronti di Massimo Troisi e del suo lavoro di attore, regista, poeta, sarebbe quello di cadere nella retorica, di scadere nella banalità o semplicemente inciampare nel “già detto, già sentito”. Scrivere qualcosa su di lui – che ha costruito la sua fulminea carriera e basato la sua intera vita sul superamento di ogni cliché, sul rovesciamento del luogo comune e sulla fuga dalla banalità e dal ridere tanto per ridere – , scrivere proprio su di lui, dicevamo, è una operazione rischiosissima. Su Massimo Troisi è stato scritto di tutto e il rischio di quella caduta o di quell’inciampo si nasconde dietro ogni virgola, in ogni spazio bianco della pagina.

Lo sa bene Donatella Schisa, che nel suo “A Napoli con Massimo Troisi. Il napoletano di San Giorgio a Cremano” , pubblicato da Giulio Perrone nella collana Passaggi di Dogana, sin dalla premessa mette in chiaro un punto centrale del suo ritratto: non è un tentativo, l’ennesimo, di ripercorrere la vita dell’uomo e la carriera dell’artista attraverso una carrellata di eventi, episodi, racconti e testimonianze di chi lo ha conosciuto, frequentato o ha avuto occasione di lavorare con lui.

L’operazione che compie l’autrice è condurci sui luoghi che hanno segnato la sua esistenza e che hanno caratterizzato il suo percorso artistico, lasciando pian piano affiorare «quel mondo di sentimenti senza retorica, di ironia amorosa, di improvvisazioni sulla vita quotidiana che alimentavano la sua vena di comico che non si accontentava solo di far ridere».

La passeggiata per i vicoli di Napoli e il suo lungomare (al riparo da ogni folklore o scorcio da cartolina), i sopralluoghi nel paese natale di Massimo, nelle case che ha abitato, diventano occasione per osservare quella fragile, riccioluta figura sotto una luce, se non addirittura inedita, senz’altro autentica.

Per ovviare a quei rischi di caduta cui si accennava sopra, Donatella Schisa sceglie di parlare dei luoghi che Massimo ha amato e che aveva scelto di frequentare, di fare suoi. Nell’evocare e descrivere quei luoghi, dalla pagina prendono forma volto, pensiero, parola, immagini di una esistenza che ha lasciato un segno indelebile in chi lo ha conosciuto da vicino e in chi continua a studiare e amare il suo lavoro, a più di trent’anni dalla sua scomparsa.

Il viaggio di Donatella Schisa verso il cuore (sic!) e l’anima del messaggio poetico di Troisi è un viaggio sentimentale, un percorso, un “alfabeto Troisi” che può essere declinato a ritroso, come per effetto di uno di quei rovesciamenti (il cliché, il luogo comune, la banalità, la retorica) tanto cari a Troisi.

Si potrebbe dunque partire dal fondo dell’alfabeto e pian piano risalire, passando per la T di teatro, la R di religione, la S di silenzio (quanto spazio per i silenzi di Massimo, fra queste pagine), la P di poesia e di Pasolini, la N di Napoli; quindi la E di Eduardo, la C di calcio e di cinema (in rigoroso ordine, il suo primo e il suo secondo amore), ma anche di cuore (‘O ssaje comme fa ‘o core), per giungere solo all’ultimo istante al filo conduttore del suo intero lavoro di regista/attore, un filo legato a doppio nodo al suo vissuto di tutti i giorni: la A di amicizia, la A di amore.

«L’amore è quella cosa che tu sei da una parte, lui dall’altra, e gli sconosciuti si accorgono che vi amate. Chest’è».

Chest’è.

Donatella Schisa

“A Napoli con Massimo Troisi. Il napoletano di San Giorgio a Cremano”.

Giulio Perrone Editore.

Recensione di Valerio Scarcia

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