LA PELLE, di Curzio Malaparte (Vallecchi)

La misura: ABIEZIONE
La pelle mi ha messa davanti a un disagio difficile da sciogliere: ammirare una scrittura mentre si vorrebbe distogliere lo sguardo da ciò che mostra. Malaparte costruisce immagini di una potenza quasi insostenibile, le spinge fino al grottesco e le dispone in scene che sembrano dipinti della fine del mondo. La pietà affiora, ma non è mai separabile dalla fascinazione per l’orrore. È in questa ambiguità che il romanzo trova la sua grandezza e anche il suo limite.
Pubblicato nel 1949, cinque anni dopo Kaputt, il libro nasce dall’esperienza di Malaparte come ufficiale di collegamento presso il comando alleato. Siamo nella Napoli del 1943, liberata dagli americani e tuttavia ancora profondamente vinta. Il narratore porta il nome dell’autore, attraversa la città accanto al colonnello Jack Hamilton e osserva l’incontro fra chi arriva persuaso di restituire la libertà e chi, dopo la fame, i bombardamenti e il crollo di ogni ordine, cerca soltanto di sopravvivere.
Malaparte rovescia così il racconto rassicurante della Liberazione. La vittoria militare non coincide con una rinascita morale: essere liberati può significare scoprire fino a quale punto la necessità renda commerciabili il corpo, la dignità, perfino l’innocenza. La “peste” che attraversa Napoli non appartiene soltanto ai vinti e non viene ridotta a una colpa dei vincitori. Nasce dal rapporto tra forze diseguali, dallo sguardo di chi giudica senza comprendere e dall’umiliazione di chi deve esibirsi davanti a quello sguardo per ottenere il necessario.
Il titolo concentra il senso più duro del libro. Quando ideali, appartenenze e codici morali sono crollati, l’essere umano combatte per la propria pelle. Non per salvarsi integro, ma per continuare a esistere anche a costo di non riconoscersi più. La guerra di Malaparte comincia proprio dove finiscono l’eroismo e la retorica.
Questa intuizione prende forma attraverso una struttura episodica, composta da incontri, banchetti, apparizioni e visioni che procedono per accumulo più che secondo un intreccio tradizionale. La base testimoniale viene continuamente alterata dall’invenzione: Malaparte non ricostruisce la cronaca, la trasfigura. Il suo realismo è attraversato dal sogno, dall’allegoria, dal teatro e dall’apocalisse. Napoli diventa una città concreta e insieme un enorme corpo ferito sul quale si scrive la sconfitta europea.
La lingua alterna eleganza classica e violenza espressionistica, dialoghi ironici e improvvise aperture liriche. Ogni immagine cerca il massimo rilievo; il dolore viene ingrandito, composto, quasi illuminato per la scena. Questa capacità visionaria rende il libro memorabile, ma apre anche la sua questione etica più difficile: fino a quale punto Malaparte partecipa alla sofferenza che racconta, e quando invece la usa per costruire la propria figura di testimone eccezionale?
Il narratore occupa infatti sempre il centro: comprende più degli americani, interpreta i napoletani, anticipa il giudizio della storia. La sua pietà è autentica, ma passa attraverso un io che non rinuncia mai a mettersi in scena. Anche Napoli corre il rischio di diventare il luogo simbolico di ogni degradazione, privata talvolta della sua realtà plurale e trasformata in un teatro dell’abiezione.
Questa obiezione non indebolisce il romanzo: ne definisce la natura controversa. Malaparte non possiede la misura asciutta del testimone che arretra davanti ai fatti. Esagera, deforma, accumula, seduce. Quando l’insistenza diventa compiacimento, la lettura si appesantisce e la sofferenza umana sembra cedere alla perfezione del quadro. Nelle pagine migliori, invece, la bellezza non attenua l’orrore: gli impedisce di diventare astratto.
La pelle non chiede adesione e non concede conforto. È un libro smisurato, impuro, capace di vedere nella vittoria un’altra forma della catastrofe e nella sopravvivenza una ferita morale. La sua forza nasce dalla lingua e dalla radicalità dello sguardo; la sua fragilità dall’incapacità di rinunciare allo spettacolo. L’ho ammirato senza riuscire ad affidarmi completamente alla voce che lo racconta. Proprio questa resistenza rende la lettura tanto fertile quanto scomoda.
Avete percepito più forte la pietà di Malaparte o la sua attrazione per l’orrore?
Recensione di Karin Zaghi


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