DIVENTARE BESTIA Sacha Naspini

DIVENTARE BESTIA, di Sacha Naspini (E/O – maggio 2026)

Questo romanzo è riuscito a farmi attraversare una gamma di stati d’animo davvero intensi e ambivalenti: prima di tutto lo stupore di fronte alle diverse svolte inattese che l’autore impone alla trama, poi l’emozione intensa condivisa con il protagonista le rare volte in cui riesce faticosamente a trovare un equilibrio, seppure assurdo e precario, fra le proprie istanze interne e le richieste del mondo esterno, e infine sono sprofondata nell’incredulità, nel disgusto, nella rabbia e in una profonda pena di fronte al destino umano messo in scena.

Al centro della storia c’è il tentativo disperato del giovanissimo Giacomo di convivere con due creature feroci, in una doppia sfida che è insieme fisica ed esistenziale. Da un lato c’è la pantera fuggita da uno zoo clandestino messo su da un ricco avvocato sulle sponde selvagge del lago dell’Accesa: una belva reale, esterna, che contro ogni aspettativa diventa sua alleata e amica. Ho amato immensamente questa pantera, specchio di una natura selvaggia ma leale, rifugio insospettabile in un mondo umano spesso spietato. Dall’altro lato c’è la bestia interna: una malattia che incalza Giacomo impedendogli di conformarsi alle aspettative del mondo adulto, un mostro invisibile che lo trasforma e lo divora da dentro, fino a spingerlo a distruggere persino ciò che ama di più.

È in questa spaccatura che Naspini orchestra la sua indagine sul rapporto fra ombra e coscienza. La lotta di Giacomo è l’incubo di chiunque cerchi di far convivere l’istinto con le rigide richieste sociali, l’urto perenne tra la fantasia e le devastanti frustrazioni di fronte alla realtà.

Naspini scrive, come suo solito, senza tirare il freno: alcune sezioni del romanzo sono spudoratamente crude e deliranti, capaci di precipitare chi legge in un clima ossessivo e claustrofobico. Poi, quando l’incendio della narrazione raggiunge l’apice, la storia si arresta in modo spiazzante: il finale è come cenere dopo una fiammata. Chiudi il libro e resta solo il silenzio grigio e denso di ciò che è andato distrutto.

Un romanzo potente e doloroso sulle crepe dell’animo umano.

Recensione di Cristina Quochi

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