RAGAZZO, di Sacha Naspini (E/O)

Amo e seguo Naspini da tempo; lo considero capace di un “superpotere” raro, quello di unire la bellezza della scrittura dalla crudezza spietata dei contenuti. Con questo romanzo breve, anzi brevissimo, Naspini torna nella sua (e nella mia) Maremma per consegnarci un’opera che si legge d’un fiato ma che lascia addosso un’angoscia densa, difficile da scuotere via.
Il romanzo mette in scena il rito di passaggio più violento che ci sia: l’adolescenza. Protagonisti sono Giacomo e Matteo, amici da sempre, uniti dalla solitudine e da una provenienza misera che li marchia come “sfigati” agli occhi dei bulli del liceo. Sono due facce della stessa medaglia: Giacomo è spinto dalla rabbia, dalla voglia di abbattere i muri della provincia e di diventare “altro”, magari per conquistare lo sguardo della bellissima Corinna Gentileschi; Matteo invece è il freno, l’amico remissivo che teme di restare solo. Attorno a loro, il vuoto. Una provincia immobile e una generazione di adulti assenti, pessimi, figure vuote capaci solo di complicare un labirinto già pericoloso. In questo scenario di abbandono, i due ragazzi si muovono senza guide se non quella di un “oggetto magico” che sin dalla copertina dichiara la sua centralità: una pistola. Un’arma portata a scuola come scatola magica di possibilità, per “vedere l’effetto che fa”.
Lo stile di Naspini è come sempre asciutto, sincopato, quasi chirurgico. La struttura a due voci ci permette di scivolare ora nell’uno, ora nell’altro dei due protagonisti, vivendo i loro sogni a occhi aperti e le loro frustrazioni totalizzanti. È un libro che non chiede scusa: usa termini che stridono e feriscono, descrivendo un amore che arriva con la stessa violenza dei calci dei bulli.
Mi ha angosciata profondamente vedere questi “esseri in divenire” correre verso un finale inevitabile. È un ritratto crudo di esistenze allo sbando che ci ricorda quanto sia sottile il confine tra il gioco e la tragedia quando mancano gli strumenti per interpretare il mondo.
Un romanzo breve, intenso, che vi consiglio di leggere non per rassicurarvi, ma per guardare in faccia quella verità che spesso preferiamo ignorare: ci sono muri che, una volta abbattuti, non lasciano spazio a nessun ritorno.
Recensione di Cristina Quochi


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