Gli intramontabili: UN AMORE, di Dino Buzzati

Pubblicato nel 1963, Un amore segna un passaggio singolare nella produzione di Dino Buzzati. La Milano concreta del boom economico sembra allontanarlo dal fantastico del Deserto dei Tartari, mentre in profondità restano intatte alcune delle sue ossessioni: l’attesa, il tempo, la paura, qualcosa che desideriamo e che continua a sfuggirci. Alla sua uscita il romanzo divise la critica e incontrò un largo pubblico. Quella capacità di dividere è rimasta, forse perché oggi possiamo leggerlo attraverso domande che nel 1963 avevano un peso diverso.
Antonio Dorigo, architetto milanese di quarantanove anni, si innamora di Laide, molto più giovane di lui. È sufficiente sapere questo. Il vero territorio del romanzo è la mente di Antonio e la progressiva trasformazione del desiderio in ossessione.
È qui che Un amore raggiunge, a mio giudizio, una forza straordinaria. Buzzati ci tiene vicinissimi a un uomo che perde il controllo del proprio sguardo. Domande, sospetti e interpretazioni si moltiplicano; ogni dettaglio acquista un significato sproporzionato. La scrittura aderisce alla sua inquietudine attraverso ripetizioni, interrogativi, accelerazioni e ragionamenti che sembrano inseguirsi. La gelosia non viene semplicemente raccontata: entriamo nel suo meccanismo mentale e ne avvertiamo progressivamente la deformazione.
Laide è il punto più delicato e divisivo. La conosciamo quasi esclusivamente attraverso Antonio, dunque attraverso uno sguardo maschile che la desidera, la giudica, la idealizza e tenta continuamente di definirla. Quanto sappiamo realmente di lei? La sua opacità può essere letta come un limite nella costruzione del personaggio femminile, segnato inevitabilmente dall’epoca, ma è anche la dimostrazione dell’incapacità di Dorigo di vedere Laide indipendentemente da ciò che rappresenta per lui.
Ed è proprio qui che il romanzo rivela una sorprendente attualità. Oggi disponiamo di parole più precise per riconoscere molte delle dinamiche raccontate da Buzzati: dipendenza affettiva, controllo, gelosia ossessiva, bisogno di conferme, paura dell’abbandono. Antonio cerca continuamente una certezza che nessun amore può garantirgli e trasforma progressivamente il desiderio dell’altra persona nel bisogno di possederne sentimenti, tempo e attenzione.
A questo si aggiunge una questione di potere. Dorigo possiede denaro, cultura, prestigio e posizione sociale; Laide è giovane e appartiene a un ambiente molto diverso dal suo. Il denaro sembra offrirgli una possibilità di controllo, mentre lei conserva precisamente ciò che lui non può acquistare: la libertà di sottrarsi. È una tensione scomoda, perché mette in relazione eros, classe, età e potere senza concedere al sentimento alcuna innocenza preventiva.
Sotto tutto questo pulsa la paura del tempo. Laide rappresenta agli occhi di Antonio anche la giovinezza, l’energia, una vita che percepisce ormai distante. Il desiderio erotico diventa allora confronto con l’età e con la propria mortalità. La gelosia non riguarda soltanto gli altri uomini: riguarda ciò che quegli uomini rappresentano rispetto a lui. Buzzati arriva così a raccontare una crisi della mascolinità che oggi appare persino più leggibile.
Milano accompagna questa inquietudine. È una città notturna, sensuale, attraversata dal denaro e dal desiderio, molto lontana da una semplice ambientazione. Nel Buzzati del Deserto dei Tartari l’uomo attendeva l’evento capace di dare senso alla propria esistenza; qui l’attesa è diventata sentimentale ed erotica. Cambia lo scenario, resta quella tensione verso qualcosa che sembra sempre sul punto di essere raggiunto e immediatamente si allontana.
Comprendo bene perché Un amore continui a dividere. Dorigo può irritare, il suo sguardo è possessivo e talvolta disturbante, la rappresentazione di Laide può creare una forte distanza nel lettore contemporaneo. Proprio questi elementi rendono il romanzo ancora fertile da interrogare. Buzzati espone il lato meno nobile della passione: l’amore mescolato al possesso, il desiderio contaminato dalla paura, il bisogno di essere scelti che finisce per divorare la capacità di vedere l’altro.
È questa radicalità che rende Un amore splendido ai miei occhi. Non idealizza il sentimento e non rende Antonio migliore attraverso l’amore: ne mette a nudo fragilità, infantilismo, egoismo e terrore della perdita. A più di sessant’anni dalla pubblicazione, possiamo discutere lo sguardo di Buzzati, respingere Dorigo e interrogarci su Laide, mentre resta intatta la domanda più inquietante del romanzo: dove finisce il desiderio dell’altro e dove comincia il bisogno che l’altro ci appartenga?
Lo consiglierei a chi ama i romanzi capaci di mettere il lettore in una posizione scomoda e di lasciare aperto il giudizio sui personaggi. Un amore divide ancora, e proprio nella possibilità di essere letto, discusso e persino contestato da prospettive diverse risiede una parte della sua straordinaria modernità
Recensione di Karin Zaghi


Non il meglio di Buzzati, ma è un’opinione personale.