NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO Christiane Vera Felscherinow

NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO Christiane Vera Felscherinow

NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO, di Christiane Vera Felscherinow

Recensione 1

Allora, intanto, nota sul titolo italiano: mi sono sempre chiesta cosa c’entrasse lo Zoo di Berlino con la trama del libro, che sapevo essere incentrata sulle vicende di ragazzi con problemi di droga.

NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO Christiane Vera Felscherinow

Bene, mistero risolto. Ho scoperto che non c’entra un bel niente, nessuno va allo zoo qui, bensì alla stazione della metropolitana di Berlino “Bahnhof Zoo”.

Anche se effettivamente si può dire che il libro parla in un certo senso di gente chiusa in gabbia, senza via d’uscita.

Christiane si trasferisce coi genitori dalla campagna di Amburgo a Gropiusstadt, quartiere di Berlino. Dopo un’infanzia difficile, con un padre violento, qualche difficoltà economica e la separazione dei genitori, si ritrova in un posto squallido senza prospettive, senza speranze di un futuro migliore e finisce per trovare conforto prima nelle classiche “cattive compagnie”, nelle droghe leggere e infine scivolando nel giro dell’eroina e della prostituzione.

 

La narrazione in prima persona di Christiane, già di per sè cupa, fa dimenticare a tratti la cosa più angosciante: tutto quello che accade, accade a una ragazzina di 12/13/14 anni, oltre che ai suoi amici, suoi coetanei.

Un conto è sentire parlare di droghe e sballo in autobiografie tipo quelle dei Motley Crue tra sesso droga e rock’n’roll, un’altro è sentire il tono vagamente malinconico, ma spesso anche sereno e rassegnato di una bambina che pensa freddamente a cosa sia meglio tra farla finita con l’ultimo buco o continuare a cercare nuovi clienti per garantirsi la dose del mattino.

Anche perché, non servirà che lo specifichi io, che probabilmente ero l’unica a non averlo ancora letto, ma non è proprio un romanzo, è una storia vera di una persona che tuttora convive con la sua dipendenza e i problemi che ne derivano.

 

Una lettura da fare, forse anche da molto giovani, quasi quanto Christiane. Non uno stile memorabile ma un storia così come potrebbe essere raccontata a voce da una ragazza, con quel tocco “un sacco forte” e un po’ “paraculo”. Una storia forte e allo stesso tempo un piccolo spaccato di una parte di Berlino negli anni ’70.

Recensione di Monica De Giudici

 

Recensione 2

È stata un’ottima idea rileggere questo libro dopo trent’anni, perché è un libro importante. Non è particolarmente ben scritto, non offre chiavi di lettura illuminanti né soluzioni per un problema come quello della droga, irrisolto e forse irrisolvibile, ora come allora, (fine anni ’70).

Eppure è un libro importante! La prima lettura spaventata, dovuta alla giovane età e alla vicinanza con vittime dell’eroina (con cui tanti della mia generazione hanno dovuto fare i conti), ha lasciato spazio ad una lettura meno emotiva, ma non per questo meno dolorosa.

Christiane racconta passo passo, lucidamente, la sua esperienza devastante da bucomane bambina: dai dodici ai sedici anni un crescendo di violenze e torti al suo giovane corpo, alla sua vita, al suo futuro.

 

Colpiscono tanti aspetti di questa storia, ma da adulta quello che ho accusato di più è la semplicità con cui una persona normale può imboccare la strada verso l’inferno. Perché a dare un senso al nostro stare al mondo forse ci riesce chi ha qualche punto di riferimento (fede, filosofia); probabilmente ci prova chi quel punto di riferimento ha capito che deve cercarlo in se stesso; ma in tanti invece si perdono.

E questo libro ci può aiutare almeno a non dimenticare mai che, con un po’ di sfortuna, ognuno di noi avrebbe potuto essere Christiane F.

Recensione di Elena Gerla

Titolo presente nelle 5 recensioni più cliccate a Giugno 2020 

e nelle 10 recensioni più cliccate del 1° semestre del 2020

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