Abbiamo intervistato Luca Cena, autore e libraio antiquario con il quale abbiamo affrontato tanti temi e argomenti partendo dalla sua ultima opera Un destino già scritto

Abbiamo intervistato Luca Cena, autore e libraio antiquario con il quale abbiamo affrontato tanti temi e argomenti partendo dalla sua ultima opera Un destino già scritto

 

Luca cena (Credit Letizia Toscano)

 

 Intervista n. 337

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei prima di tutto di presentarci il suo libro “Un destino già scritto“. Cosa l’ha spinta a scriverlo e quali emozioni ha provato nel mettere su carta queste storie?

Un destino già scritto nasce da una cosa che noto ogni giorno, maneggiando libri antichi: spesso la storia più incredibile non sta nelle pagine, ma intorno a loro. Ci sono libri che sono stati bruciati, nascosti, rubati, cercati per secoli e poi ritrovati dove nessuno pensava di guardare. Volevo raccontare questo, la vita dei libri, quasi come se fossero persone reali.
Scriverlo mi ha trasmesso un senso di responsabilità nei confronti di quelle storie ma anche una certa inquietudine. Alcune parlano di perdita, di opere che forse non vedremo mai più. Ci si affeziona, e quando la traccia si interrompe resta la sensazione di aver salutato qualcuno senza sapere se lo si rivedrà.

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Nel testo si racconta di 10 opere che hanno avuto vicissitudini differenti e alcune purtroppo non hanno avuto- a quel che sembra- un epilogo, quanto lavoro di ricerca c’è stato dietro questa ricerca e quali sono state le scoperte più sorprendenti?

Il lavoro di ricerca è stato molto impegnativo e in gran parte invisibile. Per ogni capitolo ho incrociato cataloghi d’asta, bibliografie, carteggi, articoli di giornale d’epoca e studi specialistici. Spesso le fonti si contraddicono, parte del lavoro è proprio capire a chi credere.
La scoperta più sorprendente è stata quella legata alla famosa valigia perduta di Hemingway. In generale mi ha colpito quanto spesso il destino di un libro dipenda dal caso: una distrazione, un trasloco, un incendio evitato per poco. Le storie senza epilogo sono quelle che mi hanno lasciato di più.

Ho apprezzato molto la sua prosa semplice ma efficace e il racconto ben bilanciato tra divulgazione, Storia e narrativa. Quanto e importante un simile approccio per trasmettere determinati messaggi a un potenziale lettore?

Per me conta moltissimo. Una storia raccontata male allontana le persone, e se la si racconta senza rigore diventa poca credibile. Io cerco di stare nel mezzo: fatti verificati, ma messi in scena come si fa con un racconto, con tensione, personaggi e un finale.
È lo stesso approccio che uso nei video. Se un lettore arriva in fondo a un capitolo e ha voglia di saperne di più, ho fatto il mio lavoro. La semplicità non vuol dire banalizzare. È una forma di avvicinamento per chi legge.

 Altra cosa che mi e piaciuta molto e il fatto che spesso la storia più affascinante e proprio quella che porta un libro a esistere. Se a questo ci aggiungiamo che il valore di una lettura è spesso legato alle emozioni che ci hanno accompagnato pagina dopo pagina viene da pensare che dentro un libro ci sia un vero e proprio Universo  che vada ben oltre la semplice lettura, cosa ne pensa?

Sono d’accordo. Se penso ad un libro antico è inevitabile incontrare tutto ciò che gli è successo: le note a margine di un lettore di tre secoli fa, un ex libris, una dedica, una macchia, una pagina strappata. Ogni copia è unica perché ha avuto una vita sua.
Poi c’è la nostra parte. Ricordiamo un libro anche per il momento in cui l’abbiamo letto, per chi ce l’ha regalato, per dove eravamo. Il testo è lo stesso per tutti, ma l’esperienza no. Il libro conserva questa memoria in un modo difficilmente replicabile con altri strumenti.

 Il protagonista del libro è un libraio antiquario come lei per cui mi viene da chiederle come è nata questa passione e quali sono le principali difficoltà e soddisfazioni dietro questo lavoro

La mia passione è nata in famiglia, semplicemente. La difficoltà principale è che non si smette mai di studiare e quindi imparare. Ogni libro ha le sue varianti, le sue edizioni da verificare, segnali da decifrare. Serve occhio, memoria e anche umiltà, perché si può sbagliare.
Le soddisfazioni più grandi arrivano quando da un libro, apparentemente comune o già studiato, emergono notizie e storie che nessuno ha mai approfondito.

In un’epoca come questa dove si corre dietro all’edizione “più conveniente” rispetto a quella più curata come si può far comprendere la bellezza e il valore di una pubblicazione di pregio? Quale tesoro porta con sé?

Non credo che le due cose siano da contrapporre. L’edizione economica ha permesso a milioni di persone di leggere, ed è una conquista. Ma un’edizione curata racconta qualcosa in più: le scelte di un tipografo, la qualità della carta, un’illustrazione pensata per quel testo, una legatura fatta a mano. Un libro così è anche il lavoro di persone che hanno deciso di non avere fretta.
Il tesoro che porta con sé è il tempo, quello che c’è voluto per farlo e quello che ha attraversato per arrivare fino a noi.

Una situazione tipo che è capitata a tutti o quasi. Stiamo svuotando una cantina/soffitta e troviamo un libro che ci sembra antico. Quali sono le cose da fare e da non fare?

Le cose da non fare assolutamente sono poche ma tassative:

non pulirlo con acqua, alcol o prodotti per la casa
non incollare, rifilare o “sistemare” pagine e legature, i restauri fai-da-te nella maggior parte dei casi sono dei disastri
non buttare frammenti, carte sciolte o fogli inseriti, che a volte valgono più del libro

Mentre i consigli sono semplici:

conservarlo in un luogo asciutto, lontano da luce e umidità
annotare dove è stato trovato e se faceva parte di una raccolta
farlo vedere a un professionista, un libraio antiquario o una biblioteca, prima di prendere qualsiasi decisione
E infine un ultimo ma fondamentale consiglio: “vecchio” non vuol dire per forza “prezioso”. Contano l’edizione, la rarità e lo stato di conservazione. A volte però le sorprese ci sono davvero.

Lei ha anche scritto un’opera dal titolo molto suggestivo, “Il biblionauta”, che fa in qualche modo da guida a chi voglia addentrarsi nel suo mondo. Cosa le piacerebbe che restasse in testa al lettore una volta chiuso questo testo? E cosa si sentirebbe di consigliare a chi voglia intraprendere la sua strada?

Mi piacerebbe che il lettore, la prossima volta che entra in una libreria o apre un vecchio scaffale di casa, guardasse i libri con occhi diversi, chiedendosi da dove vengono e chi li ha tenuti in mano prima di lui. Il Biblionauta è un invito a esplorare, non un manuale da imparare a memoria.
A chi vuole fare questo mestiere direi tre cose. Studiate tanto, soprattutto bibliografia e storia della stampa. Maneggiate più libri possibile, perché l’occhio si forma solo con l’esperienza. E abbiate pazienza: è un lavoro che si costruisce in anni, sulla fiducia di clienti e colleghi. Non si diventa librai antiquari per arricchirsi in fretta, ma chi resiste difficilmente si annoia.

Lei è molto attivo sui social e pubblica spesso contributi video relativi alla sua attività, offrendo spesso spunti interessanti. Che opinione ha del mondo virtuale e quali sono i rischi e le opportunità di questo mezzo?

L’opportunità è enorme. Un tempo il libro antico era un ambiente chiuso, quasi intimidatorio. Oggi posso raccontare un incunabolo a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali giovanissime, che magari non sono mai entrate in una biblioteca. Mi scrivono ragazzi che hanno iniziato a collezionare dopo aver visto un video, e per me è la soddisfazione più grande.
I rischi sono la velocità e la semplificazione. Sui social si premia ciò che stupisce, e la tentazione di esagerare, di trasformare ogni libro in un “tesoro da milioni di euro”, è sempre in agguato. Io cerco di resistere, preferisco un video che funziona un po’ meno ma dice cose vere. L’altro rischio è fermarsi sullo schermo. Il mio obiettivo è sempre portare le persone verso i libri veri.

Un’ultima domanda, ringraziandola ancora per la disponibilità. Mi è parso di capire che ha un certo legame con “Le avventure di Pinocchio”. Ricorrendo il duecentenario della nascita del suo autore le chiedo cosa ha secondo lei quest’opera di grande e di immortale e perché ancora oggi attira al punto da essere spesso oggetto di trasposizioni?

Pinocchio è immortale perché non è una favola rassicurante. È una storia dura, a tratti crudele, piena di scelte sbagliate, di paura e di bugie. Parla di una cosa che riguarda tutti: diventare se stessi, sbagliando lungo la strada. Ogni epoca ci trova qualcosa di suo. L’Italia povera dell’Ottocento, il rapporto tra padri e figli, la tentazione delle scorciatoie, il confine tra ciò che è vero e ciò che è costruito.
Per questo viene riadattato di continuo, Pinocchio è un personaggio abbastanza semplice da essere riconoscibile e abbastanza trasversale da lasciare spazio a ogni nuova lettura. E da libraio aggiungo che la prima edizione in volume del 1883 è oggi una delle più rare e ricercate della letteratura italiana. Anche lei, come il suo protagonista, ha avuto un destino tutt’altro che scontato.

Intervista di Enrico Spinelli

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