La Murgia ha romanzato la crudeltà della vita: ACCABADORA Michela Murgia

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La Murgia ha romanzato la crudeltà della vita: ACCABADORA Michela Murgia

 

I temi trattati in questo romanzo, compatto nelle sue febbrili 163 pagine,  sono forti, affondando le mani in tradizioni arcaiche e primitive, eppure non sono questi che ne fanno, a mio avviso, un bel romanzo.

È la potenza della scrittura che mi ha trascinato nella lettura, l’eleganza dei dialoghi in un italiano perfetto, improbabile per i personaggi di una terra, un’isola, la Sardegna, che del “continente” ha molto, molto poco.

La Murgia ha tradotto la sua “terra”, la resa italiana, leggibile, pur sapendo che la “sua” isola natia appartiene a se stessa,  avvolta negli scialli neri delle donne,  sottomesse ma streghe austere che incutono rispetto, nell’ onore sacro degli uomini , schiavi di quei riti sacrificali e dove la morte aleggia, l’unica certezza umana,  evocata attraverso le mani aggrinzite e ossute dell’accabadora per lenire le sofferenze dei corpi  nell’odore acre del silenzio.

Negli accostamenti degli aggetti alle parole che da sole perdono il senso delle cose, emerge negli occhi neri di Maria, fillus de anima della donna della morte, leggibili, per un lettore attento, ogni amara sofferenza.

E nell’ordine imposto dalla Murgia, le case scomposte dalle pareti sgargianti erette frettolosamente per il bisogno di un tetto nell’arida terra irregolare, si muovono le sagome, figure tetre, schiacciate dalle loro leggi, giustizia comunitaria non scritta,  evocata dagli sguardi muti impenetrabili per chi non ha il sangue natio. Sagome segnate dalla nascita già da un passato, un presente, un futuro, tempi circoscritti da confini inaccessibili. “Ognuno nasce con la sua stella” diceva mia madre!

La Murgia ha romanzato la crudeltà della vita, ha smussato il dolore, regalandosi una storia che se fosse stata scritta da Verga, maestro del verismo, avrebbe lasciato l’amaro per molto, molto tempo.

Ma io, figlia di un’altra isola, non sono cascata nei dolci alle mandorle e sono andata oltre il romanzo, scavando a mani nude la terra nera, e ne ho avuto paura.

“Molte cose che credeva di aver lasciato sulla riva da cui la nave per Genova  si era staccata a suo tempo, ritornavano una dopo l’altra, come pezzi di legno sulla spiaggia  dopo una mareggiata”

Recensione di Patrizia Zara

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