STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE Luis Sepúlveda

STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE, di Luis Sepúlveda

Il giorno del mio compleanno il Coronavirus si è portato via uno dei più grandi scrittori contemporanei, Luis Sepúlveda. Dopo una dura lotta di un mese e mezzo ha vinto la pandemia. Ci ha rubato una penna ineguagliabile, un narratore d’eccellenza, un uomo di grandi principi, un combattente per la libertà e i valori umani planetari. Già il compleanno 2020 aveva una connotazione unica, il confinamento mondiale, ma devo ammettere che la fine di una vita preziosa come quella di Luis Sepúlveda mi ha davvero intristita tantissimo. Ho sentito il bisogno di rileggere di lui, della sua vita, della sua opera, delle sue poesie.

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E così in questo percorso verso Luis, ho visto immagini, riscoperto aneddoti e momenti importanti della sua vita. Il suo grande amore per Carmen, inspirò una poesia dal titolo “La più bella storia d’amore”, che, «sommare è unire / e che sottrarre ci lascia / soli e vuoti». Così mi sono messa a sottrarre e addizionare e questo gioco mi ha distratta dalla tristezza legata alla sorte di Luis Sepúlveda.

Mi sono rivista mamma, con i bimbi ancora piccoli, quando inventavo o leggevo loro favole prima di andare a letto. Fra le tante, ce n’era una che amavamo molto e che ci piaceva leggere e rileggere, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Sotto il piumone e con una luce soffusa, ci ritrovavamo in una Amburgo immaginaria animata da gatti, topi e dalla piccola gabbiana Fortunata che credeva di essere un gatto.

 

La storia la conosciamo tutti: è una bellissima storia di amore, capace di oltrepassare i confini che dividono gli animali che si mangiano gli uni con gli altri perché Zorba, il gatto ama Fortunata e non la mangerà mai: «Sei una gabbiana. […] Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. […]

Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana.». Ci eravamo attribuiti i ruoli e spesso ci inventavamo dialoghi fra i vari personaggi, di cui tre interpretavamo ormai a memoria: io ero il gatto Zorba, a cui viene affidato l’uovo e che fa da mamma alla gabbianella quando nasce. Mia figlia era la gabbianella e mio figlio il gatto Pallino, quello piccolino geloso di lei. Se sbagliavo una battuta, i miei figli mi correggevano e dovevamo riprendere la scena. Così spesso mi addormentavo con loro ed era dura poi prendere la via verso la mia stanza.

 

Questi ricordi hanno di bello che luccicano ancora: non sono sommersi dalla polvere che ingiallisce le pagine del libro, rendono la storia magica e resistente al tempo. C’è da dire, dulcis in fondo, che questo non è un libro solo per bambini, ma anche per adulti. Una splendida favola che insegna a riconoscere valori come l’amicizia, la generosità, il coraggio, la solidarietà. Una bella iniezione di amore che arriva dritta al cuore.

Il gatto Zorba è più premuroso di una madre, ma tutti i personaggi sono umani e fan sì che ci affezioniamo. Noi lettori, noi genitori che leggiamo favole ai figli. Così attraverso le parole e le immagini di Sepúlveda ripetiamo ai figli che bisogna rispettare gli altri, darci una mano l’uno con l’altro. La diversità è un bene da valorizzare, che ci aiuta a essere uguali nei diritti e nei nostri progetti di vita.

 

Luis Sepùlveda attraverso la metafora del volo invita a riconoscere e accarezzare i propri sogni. Al contempo invita anche a rispettare il processo di crescita: come la gabbianella, anche i bambini hanno bisogno di qualcuno che, insegni loro a volare, cioè a trovare il coraggio per innalzarsi verso il cielo, a staccarsi dalla terra per diventare grandi. «‘Vola’ miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena. Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un asso.

Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele. Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa. ‘Volo! Zorba! So volare!’ strideva euforica dal vasto cielo grigio.»

Non so che dire, grazie Luis, il tuo dono letterario è enorme. Mi piace immaginare che una gabbianella sia venuta da te e ti abbia indicato la via verso cieli che ancora sono da scoprire.

I consigli del Caffè Letterario Le Murate Firenze, di Sylvia Zanotto

 

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