PARTIGIANE Documenti sulle donne della Resistenza in Provincia di Caserta – Fosca Pizzaroni

PARTIGIANE! Documenti sulle donne della Resistenza in Provincia di Caserta, di Fosca Pizzaroni (La valle del tempo)

Nel periodo scolastico ero convinta che la prima e la seconda guerra mondiale non avessero quasi sfiorato il mio territorio se non come “riflesso generale” e che in particolare la seconda, non si fosse mai accanita sull’alto casertano o ex Terra di Lavoro, sul mio Galluccio o sui comuni vicini.

Quanto mi sbagliavo e quanto sbagliavano i professori dell’epoca a non “accendere” la nostra voglia di apprendere partendo proprio dalle nostre terre, nominando luoghi che conoscevamo bene, raccontando memorie e fatti storici che avevano toccato direttamente i nostri bisnonni e nonni, ma limitandosi al programma ministeriale scelto sul libro di storia. E per lo stesso “mutismo selettivo” riportato dai nostri testi scolastici, ho sempre creduto che la guerra fosse stato un interesse solo degli uomini, relegando le donne, nel mio inconscio, ad essere solo vittime o testimoni inermi dei fatti.

Per fortuna la ricerca storiografica degli ultimi decenni e la mia voglia di conoscenza sono cresciuti in modo direttamente proporzionale ed ho avuto l’occasione, durante la presentazione di un altro libro, di apprendere dell’esistenza di questo trattato in cui si parla anche di donne partigiane di Galluccio (che è sempre stato un comune del casertano tranne nel periodo 1927-1946 che invece divenne un comune appartenente alla provincia di Napoli).

Leggendolo ho avuto modo di colmare un vuoto culturale che mi accorgo solo ora di aver avuto.

Vivo ora in Emilia Romagna, una terra in cui il valore dei partigiani viene continuamente ricordato da commemorazioni e trekking storici, e mi ero quasi convinta che fosse un fenomeno quasi tutto del nord Italia.

Grazie alla lettura di questo libro invece ho scoperto non solo che anche nel sud Italia erano attivi gruppi partigiani organizzati e registrati nel registro A N.P.I., ma ho appreso anche che nell’area di Galluccio operò la banda partigiana di Monte Camino, nucleo d’informazione per la divisione inglese stanziata nella zona e che si occupava anche del passaggio delle linee di militari italiani diretti a sud. Tra i nomi di chi vi partecipò ne ho trovati di familiari ed anche quelli di Emilio e Pietro Calce, che diventeranno due sacerdoti a lungo decantati dai nostri paesani, conosciuti per il loro valore.

Ma mi ha fatto veramente piacere incontrare le storie di tante donne partigiane e patriote che legarono le loro storie di sorelle, madri, figlie alla lotta della resistenza.

Già durante la prima guerra mondiale avevamo cominciato a trovare donne che avevano affiancato gli uomini nella guerra, basti pensare alle portatrici carniche che aiutarono gli alpini a trasportare munizioni e viveri, eppure la storia non aveva ancora imparato ad accettare le donne per il loro valore se alla fine degli anni Quaranta, periodo in cui furono accettate e vagliate le iscrizioni per essere riconosciuti come patrioti e partigiani, i moduli per le iscrizioni erano tutti al maschile e per essere accettati prevedevano tra l’altro l’inserimento di dati come l’anno del servizio di leva e dove si fosse svolto e l’uso di patole come “celibe” per descrivere lo stato sociale.

Se aggiungiamo che all’epoca era molto alto il tasso di analfabetismo, soprattutto forse tra le donne, capiamo bene come potesse essere stato anche difficile per molte di esse poter accedere e superare tutta la burocrazia necessaria per veder riconosciuto il loro impegno o sacrificio.

Temo quindi che i dati riportati nel testo siano sottostimati rispetto a quello che fu in realtà il reale impegno delle donne nella Resistenza.

Tuttavia riportare alla luce il nome di molte di esse è un piccolo gesto ma dovuto per rendere quanto meno eterno il loro ricordo.

Ecco allora che tra le GALLUCCIANE emergono i nomi di Mancini Maria, di anni 7 e Mancini Virna, di anni 18, morte nella rappresaglia tedesca del 16 novembre 1943, il cui luogo esatto e l’episodio stesso non risultano nell’Atlante storico e sembrano non essere stati tramandati dalla memoria locale.

Nella vicina Mignano troviamo il nome di Oddi Concetta, di anni 16, morta nella rappresaglia tedesca del 25 dicembre 1943. Anche questo avvenimento manca di memoria locale.

Tra le patriote e le partigiane gallucciane non riconosciute troviamo Linda Di Salvo, 38 anni, e Angela Maria Carserá, di 38 anni anch’essa, facenti parte della Formazione Brigata Monte Camino. Va aggiunta Margherita De Cicco, tra quelle riconosciute, anche se la sua cartella manca di dati anagrafici e non se n’è potuto studiare il fascicolo.

Nella nostra area di mosse e operò anche Maria Antonietta Rendina, di anni 28, che venne incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale di portarsi oltre la linea del Garigliano, identificare di quali pezzi di artiglieria si serviva il nemico, da dove attingeva munizioni ed armi e di quali mezzi di serviva per passare il Garigliano il cui ponte era stato distrutto.

Una vera azione di spionaggio. Eppure, nonostante per lei testimoniarono il futuro Segretario provinciale dell’ A.N.P.I. di Caserta, Giuseppe Botti, e autorevoli partigiani riconosciuti, il suo nome rimane nella categoria delle “non riconosciute”.

A questo splendido lavoro di ricerca e incrocio di dati di aggiungono gli approfondimenti delle singole battaglie ed azioni che si svolsero in quegli anni in tutta la provincia di Caserta, molti dei quali finiti nel dimenticatoio.

Così è stato anche per il campo di concentramento di Sparanise, un carcere a cielo aperto che si estendeva per cinquemila metri quadrati, costruito inizialmente come centro di delocalizzazione risorse e materiali, abbandonato senza resistenza nelle mani dei tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e che questi utilizzarono come centro in cui convogliare e ammassare migliaia di civili rastrellati in tutta la provincia del napoletano (e quindi anche dei comuni ex casertani che passarono sotto la giurisdizione della provincia di Napoli dal 1927) in seguito all’ordinanza sul lavoro coatto del 23 settembre 1943. Da qui, quasi sicuramente, passarono anche tutti i gallucciani catturati quel giorno e poi inviati in Germania. Ed io ne sono venuta a conoscenza solo ora, grazie a questo libro e allo splendido lavoro dell’autrice.

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