LA SIGNORA NEL FURGONE Alan Bennett

LA SIGNORA NEL FURGONE, di Alan Bennett (Adelphi)

“A volte, quando sento sbattere lo sportello di un furgone, penso: “Ecco Miss Shepherd”, e istintivamente alzo gli occhi per vedere come si è combinata oggi”

Per 18 anni Alan Bennett vive con un furgone parcheggiato sul vialetto di casa sua, a Gloucester Crescent, Londra. Costretta a spostare “il veicolo parcheggiato davanti al n.63” in quanto ostruiva il passaggio e presentava rischi di ordine sanitario, la proprietaria Miss Shepherd pensa bene di invalidare il divieto di parcheggio semplicemente cambiando il numero civico: al 62 c’è un posto carino, il furgone può essere spostato lì. Si parla di un furgone, ma in realtà i furgoni furono 4, tutti ridipinti da Miss S di giallo -il colore del papa, dice- usando vernice normale, senza aggiunta di acquaragia, “una crema pasticcera grumosa”. Questo furgone alla fine è stato spostato nella proprietà di Bennett: “il cofano sfiorava la soglia, e lo sportello posteriore, dal quale Miss Shepherd entrava e usciva, era a mezzo metro dal cancello. Chi veniva a trovarmi doveva appiattirsi per aggirare il furgone, e mentre aspettava che io andassi ad aprire subiva l’ispezione di Miss Shepherd da dietro il parabrezza tenebroso.”

Era una barbona Miss Shepherd, sporca e un po’ tocca, ma era anche molte altre cose. Alcune, anagrafiche e biografiche, si scopriranno alla fine del libricino e non le anticipo, altre si intuiscono dal racconto stesso che trasuda dai diari che aveva tenuto Bennett in quegli anni.

Era una donna piena di vitalità, solare, con alcune certezze (“Era una fervente anticomunista, e già nel 1945 aveva scritto una lettera a Gesù riguardo alle spaventose prospettive conseguenti agli accordi di Yalta”), molte opinioni (“Per lei i vecchi erano immancabilmente saggi [] senonché erano sagge pure le persone alte. Ma anche l’altezza aveva i suoi inconvenienti: forse proprio perché era una donna alta, pensava che la statura fosse un fardello in più e una fonte di stress), qualche progetto (“potrei fare io un numero come La Signora Dietro il Sipario. Serve solo una tenda per nascondermi, ma che lasci passare parole di buonsenso in risposta alle domande. Ci vuole un po’ di buonsenso”). Ma Miss Shepherd era prima di tutto una donna bisognosa di affetto e piena di sogni, una donna che avrebbe voluto candidarsi alle elezioni per aiutare la sua terra, far parte di un talk shaw per dire cose di buonsenso, fare una gita nello Yorkshire, comprare una Mini Morris bianca o una Realiant -ufficialmente per metterci le sue cose, in realtà per farle sgasare e basta- farsi assegnare dai servizi sociali una carrozzella non tanto per aiutarsi negli spostamenti quanto per poter fare le corse in discesa alzando i piedi.

Miss Shepherd era una donna che amava i biscotti allo zenzero e le caramelle frizzanti al limone, una donna che aveva passato una vita nel ramo dei trasporti ma che avrebbe voluto diventare altre persone in momenti precedenti della sua vita. Una donna realmente esistita, che pur abitando dal 1971 al 1989 nel giardino di Alan Bennett non era da quest’ultimo conosciuta se non in superficie.

Anche il libro è/sembra superficiale: alla fin fine ci vengono raccontate delle ridicole scenette in cui Miss S era protagonista indiscussa, la penna di Bennet ci fa ridere di lei. Eppure trovo che non siano “solo canzonette”. C’è qualcosa di più dietro la patina di superficialità e leggerezza del racconto: c’è il desiderio di confrontarsi con la vita umana e con le reazioni di se stessi dinnanzi alla vita umana nelle più svariate forme, c’è il desiderio di cogliere dignità -laddove sembra non essercene- e similitudine, perché alla fin fine, in un modo o nell’altro, siamo tutti uguali.

“Frugando tra i rifiuti accumulati in quindici anni non cercavo solo la busta; speravo di scoprire qualcosa che spiegasse come mai Miss Shepherd aveva deciso di vivere così. Invece continuai a imbattermi in oggetti che mi facevano pensare che “vivere così” non fosse molto diverso da come vivono tutti”.

Miss Shepherd, sia questo o meno il suo nome, è realmente esistita, e chissà se da lassù ci sta guidando come un buon Pastore dovrebbe guidare il proprio gregge. Forse, però, tutto sommato, è meglio non portarle il whisky, mi sa, anche se lo usa per le frizioni, mi sa.

Nessuna vita è dimenticabile, nemmeno la tua Miss S o chiunque tu sia stata.

Ps: immagino che lo faranno già in tanti, lo anticipo anche io: guardate il film che ne hanno tratto, con una spettacolare Maggie Smith nei panni della Lady in The Van

Recensione di Benedetta Iussig

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