Abbiamo intervistato Giorgia Protti al suo debutto narrativo con La giusta distanza dal male, un’opera ricca di tanti spunti di riflessione
Intervista n. 289

1 Buongiorno e grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Come ci presenterebbe il suo romanzo “La giusta distanza dal male“?
Buongiorno e grazie a voi. “La giusta distanza dal male” è un romanzo di fantasia che racconta il logoramento psicofisico di una dottoressa che lavora in pronto soccorso. Per farlo descrive la realtà ospedaliera, il suo ritmo e i suoi frequentatori, e la interseca con un filone fantastico in cui la protagonista incontra un confidente molto particolare. Poiché il confidente compare alla terza pagina del libro, non riveliamo nulla di proibito se diciamo che indossa una maglietta dei Rolling Stones, fuma una sigaretta e ha due grosse ali membranose sulla schiena.

2 Come descriverebbe la dottoressa protagonista e il mondo in cui si trova a muoversi?
La protagonista è una giovane dottoressa che lavora da alcuni anni in pronto soccorso. L’entusiasmo dei primi tempi si è affievolito, l’idealismo degli inizi si scontra quotidianamente con la frustrazione per un sistema che non funziona come dovrebbe, né per gli utenti né per i lavoratori del settore. La dottoressa è sempre più stanca, ha sempre meno tempo da dedicare agli affetti e alla vita fuori dall’ospedale, si distacca progressivamente da tutto: per dirla con il nome di una sindrome, è in burnout, bruciata dal suo stesso lavoro.
3 In questo libro ha riversato la sua esperienza quotidiana come medico di pronto soccorso, quanto è difficile trasferire il proprio vissuto professionale in un’opera narrativa?
A dire il vero, riversare nel libro la mia esperienza professionale (seppur modificata e trasfigurata attraverso il meccanismo della fiction narrativa) è stato piuttosto semplice: scrivere si è rivelato catartico, quasi terapeutico, e le parole sono uscite da sole, come un fiume in piena. La parte difficile, semmai, è stata prendere le distanze per evitare un coinvolgimento eccessivo.
4 Quali sensazioni ha provato nel rileggersi e quanto si è messa in discussione nel tratteggiare le vicende della protagonista?
Come dicevo, scrivere questo romanzo ha rappresentato per me una sorta di catarsi: un flusso di coscienza che mi ha aiutata a capire e districare, a imprimere nero su bianco i pensieri che mi affollavano la testa come una nebulosa caotica. Decifrare e accettare alcuni di questi pensieri ha richiesto fatica e una certa quota di dolore. Ma era importante prenderne atto, nominarli ad alta voce, per riconoscerli: per dare alle emozioni lo spazio, il tempo e la dignità che meritano.
5 Da collega medico sono rimasto colpito dal titolo che in qualche modo racconta molto della nostra professione: la giusta distanza dal male, un tema che può avere tante valenze. Come vede questo concetto nella concretezza del suo lavoro?
È vero, il tema del titolo può avere tanti significati. Il male di cui parla, ad esempio, può essere inteso a più livelli: in senso letterale, è il dolore fisico, quello che spesso porta i pazienti a cercare un consulto medico; in senso più ampio, indica il malessere psichico, il tracollo psicologico che la protagonista deve affrontare; e infine, in senso allegorico, va a designare l’incarnazione stessa del male: il diavolo. I lavoratori del settore sanitario (e più in generale chiunque svolga un lavoro di cura) sono costantemente a contatto con il male, proprio e altrui, in tutte le sue sfaccettature.
6 La protagonista del suo libro ha come confidente una figura alata che chiama Lucifero e che spesso la tenta. Quali sono gli aspetti più seducenti di questa figura, e quali invece quelli pericolosi?
Lucifero è un personaggio ambiguo, in cui gli aspetti seducenti convivono con quelli pericolosi. È una sorta di “diavolo custode”, l’unica creatura che rimane al fianco della protagonista quando il resto del mondo si dilegua. L’unico in grado di capire il male che lei si porta dentro, perché Lucifero non ha timore di guardarlo. Ma la sua non è una presenza disinteressata: la sua indole tentatrice si rivelerà sempre più chiaramente nel corso degli eventi.
7 Dovendo pensare alla mia attività lavorativa capita spesso di dover combattere tra reazioni impulsive e un comportamento deontologico. Quanto è fragile questo equilibrio e come si può farlo arrivare al lettore o alla persona che non conosce fino in fondo le dinamiche di un medico di pronto soccorso?
Concordo, si tratta di un equilibrio quanto mai precario. Penso che buona parte dei conflitti nascano dall’incomprensione o dalla genuina ignoranza della situazione altrui. Forse, per provare a evitarli, si deve spiegare il punto di vista opposto, le dinamiche sconosciute. Il pronto soccorso è, per definizione, il luogo della rapidità e della fretta: spesso manca il tempo per comunicare, e può essere difficile capire le reali condizioni dell’altro, le sue paure, le fragilità che si porta dietro. Nel libro ho cercato di mostrare quel non-detto, quel lato inaspettatamente vulnerabile e “umano”.
8 Quale messaggio si sente di trasmettere con quest’opera? E quale potere ha la narrativa nel farlo giungere in modo più concreto?
Questo romanzo è nato da una necessità personale: scrivendolo, non avevo la presunzione di veicolare messaggi, né di rappresentare altre voci. Tuttavia, la narrativa ha l’enorme potere di raccontare la verità attraverso storie inventate. In questi mesi la mia storia è stata diffusa e condivisa, e molte persone (per lo più sconosciute) mi hanno fatto sapere quanto profondamente abbia riverberato anche dentro di loro. Questo è per me un onore insperato, e mi riempie di commozione e riconoscenza.
9 Viviamo in un’epoca dove i Social rappresentano la principale piattaforma di confronto/scontro, e che nel bene e nel male ci vede spesso come protagonisti più o meno graditi. Qual è il suo rapporto con questa realtà?
Non amo particolarmente i social e cerco di utilizzarli alla minima dose necessaria. Mi sembrano piattaforme piuttosto inadeguate alla discussione critica e costruttiva: difficile dar vita a un dibattito equilibrato, ancora più difficile farlo in termini di civiltà e rispetto reciproco. Per quanto riguarda le polemiche sui medici cerco, quando possibile, di isolare i fatti rispetto alle retoriche di cui spesso sono infarciti: lo stereotipo del dottore infallibile o incompetente, dei medici “eroi” o canaglie, la malasanità dilagante. Chi vive il mondo sanitario dall’interno smaschera facilmente queste retoriche, ma se lo si guarda dal di fuori è più difficile contestualizzarle.
10 Come ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità, le chiedo se ha preso in considerazione, nel futuro, di realizzare un’opera dal punto di vista di un “medico che diventa paziente”.
Sarebbe certamente uno spunto di riflessione interessante. La protagonista del mio romanzo, in fondo, è una persona affetta da un problema di salute: solo che, invece di cercare un aiuto medico, trova Lucifero. D’altronde, si sa: i medici sono i peggiori pazienti. Grazie a voi per questa bella intervista!
Intervista di Enrico Spinelli


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