L’UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI, di Jean Giono (Salani)

Ho letto L’uomo che piantava gli alberi per la prima volta oggi, su suggerimento di una lettrice del gruppo. È stato uno di quegli incontri che arrivano al momento giusto: un testo breve, quasi esile, che però ti resta addosso più di molte narrazioni corpose.
Giono parte da una scena essenziale: un viandante attraversa un altopiano arido, segnato dalla povertà e dall’abbandono. Incontra un pastore solitario, Elzéard Bouffier, che vive con le sue pecore e il suo cane. È un uomo silenzioso, metodico, che compie ogni giorno un gesto quasi invisibile: pianta ghiande. Non cerca attenzione, non reclama meriti, non spiega il suo progetto a nessuno. Semplicemente, lavora perché quella valle torni a vivere.
Ciò che mi ha colpita di più è la scelta di Giono di tenere tutto sottotono. La prosa è piana, controllata, senza enfasi. Nessuna scena eroica, nessuna retorica del “grande uomo”: Bouffier appare come una presenza quieta, che si definisce attraverso la continuità delle sue azioni. In questo abbassamento del registro, in questa rinuncia allo spettacolo, la sua figura si ingrandisce.
Il narratore torna più volte, negli anni, in quello stesso luogo. Ogni ritorno corrisponde a un cambiamento: i primi alberelli, poi il bosco, l’acqua che riappare, i villaggi che si ripopolano, le attività che riprendono. Mi ha colpito il fatto che nessuno, lì intorno, si chieda davvero da dove arrivi questa rinascita. Si parla di interventi pubblici, di politiche illuminate, di caso favorevole. L’idea che tutto possa dipendere dalla tenacia di un singolo non sfiora quasi nessuno.
In filigrana si sente il Novecento, con le sue guerre, le distruzioni, lo spopolamento delle campagne. Ma restano sullo sfondo. Giono sceglie di concentrare lo sguardo su un rapporto molto concreto: un uomo e un pezzo di terra. In un secolo di ideologie e grandi narrazioni, mi è sembrata una scelta lucidissima: togliere volume al rumore del mondo e mettersi a osservare la forza di un gesto ripetuto nel tempo.
Sul piano formale, ho apprezzato molto la coerenza della voce narrante: discreta, quasi dimessa, e proprio per questo capace di rendere più incisivo lo stupore davanti al mutamento del paesaggio. Non c’è compiacimento descrittivo, non ci sono pagine cariche: poche immagini nitide, riprese e variate, che costruiscono una sorta di rito. Il testo ci ricorda che ciò che vediamo “compiuto” è spesso la somma di giornate uguali, di tentativi che nessuno vede.
Arrivandoci oggi, in un tempo in cui parliamo continuamente di crisi ambientale, la storia di Bouffier assume un’eco particolare. Non tanto perché la si possa ridurre a favola ecologista, quanto perché interroga la nostra idea di responsabilità individuale. Bouffier non proclama nulla: seleziona le ghiande, accetta che una parte non attecchisca, continua a piantare. Lavora su un orizzonte che supera la sua stessa vita, senza sapere se qualcuno se ne accorgerà.
È una storia che non addolcisce la realtà, perché mostra anche la lentezza, la fatica, il rischio di fallire. Ma ci mette davanti a una domanda che, almeno per me, resta aperta anche dopo l’ultima pagina: quale “bosco” stiamo piantando, spesso senza rendercene conto, con le scelte ripetute di ogni giorno? E quanto spesso, al contrario, ci assolviamo dietro l’idea che “da soli non si cambia niente”?
Ma, soprattutto: abbiamo il coraggio di essere, almeno un po’, come Elzéard Bouffier, anche se nessuno conoscerà il nostro nome?
Recensione di Karin Zaghi


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