QUEL CHE RESTA DEL GIORNO Kazuo Ishiguro

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QUEL CHE RESTA DEL GIORNO, di Kazuo Ishiguro

Nulla resta del giorno per il maggiordomo Stevens. All’inizio ci conquista e quasi ci sentiamo in colpa per non essere come lui: dignitoso, attento, rigoroso, perfetto. Versione maschile di Mary Poppins ma senza magia e quindi più credibile. L’immedesimazione è immediata e ne usciamo elevati, se stiamo leggendo un po’ storti sul divano correggiamo la postura e sul suo edificante esempio anche noi ci ricomponiamo e cerchiamo di darci un tono.

Poi qualcosa si incrina e la sua perfezione vacilla. Indifferente alla morte del padre, qualche nota maniacale e, forse, siamo ancora disposti a passarci sopra e a sentirci, attraverso di lui, orgogliosi di una tradizione di cui ci piace essere parte. La sua mancanza di criticità nei confronti del padrone attivo sostenitore del nazismo, beh quel passaggio ci mette seriamente in crisi: questo Stevens è autorevole? forse non quanto avevamo creduto nelle prime pagine.

Ma è solo nel finale che l’autore ci spiazza. Noi con il magone per la sua vita non vissuta, per il rifiuto senza esitazione alcuna di quell’ultima occasione offertagli dal destino su un piatto d’argento – com’è nel suo stile – di uscire da Quel che resta del giorno Kazuo Ishiguro Recensione UnLibroquegli schemi assurdi per vivere pienamente, mentre lui impassibile prosegue lungo quel vicolo cieco indifferente a tutto e quasi vorremmo trasmettergli il nostro pathos e convincerlo a cambiar rotta ma non è possibile. Lui non è umano.

E l’autore se la ride di fronte al nostro spaesamento. Ci siete cascati ah ah, sembra trasmetterci beffardo con i suoi occhi a mandorla indubbiamente vincenti: credete nel nulla e ancora non ve ne eravate accorti.

E non appena abbandoniamo il fantoccio Stevens lungo una strada di obbedienza al nulla della cui impraticabilità lo sguardo lucido di Ishiguro ci ha reso consapevoli, ecco che ci ritroviamo di nuovo spalle curve e chiusi in noi stessi a fare i conti con il nostro maggiordomo interiore e a riflettere su ciò che in parte siamo ma che forse non dovremmo essere. In questo magnifico libro accanto alla storia c’è un invito, quello ad abbandonare la religione di cui Stevens rappresenta il più fedele dei sacerdoti e proprio per questo è impossibile non credergli.

Ci ritroviamo costretti a guardare avanti, se vogliamo ritrovare la dignità necessaria per essere pienamente umani: quella del passato è perduta per sempre. Mr. Stevens rappresenta il nostro tramonto, quel tramonto con cui sapientemente si conclude il libro.

A volte ho pensato che questo fosse il miglior romanzo del secolo scorso, ma non li ho letti tutti

Recensione di Eleonora Ferilli

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