UN TERRIBILE TITOLO in ITALIANO: OUT Natsuo Kirino (Le quattro casalinghe di Tokyo)

OUT - Le quattro casalinghe di Tokyo

UN TERRIBILE TITOLO in ITALIANO: OUT, di Natsuo Kirino (Le quattro casalinghe di Tokyo)

Prima ancora di commentare il libro, mi sento in dovere di commentare il terribile titolo italiano. Il titolo giapponese è, semplicemente, “Out” – ovviamente traslitterato in caratteri ideografici – titolo mantenuto, per ovvi motivi, in inglese. E titolo che, a mio avviso, ha un significato abbastanza profondo. “Out” significa “fuori”, ma un “fuori” di ampio respiro: si va da “out!” gridato a qualcuno per sbatterlo fuori di casa a “out” di un pallone che doveva entrare in porta ma che, poi, in quella porta non è entrato, da “out” che indica che qualcosa non funziona – “out of service” – a “out” nel senso di “fuori di testa” – “out of his/her mind”.
E un semplice “Fuori” in italiano, che ricopre, più o meno tutte le varie sfumature di significato di “out”, sarebbe stato perfetto. Invece si è deciso per quel “Le Quattro Casalinghe di Tokyo” che appiattisce il tutto e banalizza la questione trattata nel libro. Innanzitutto, perché riduce i personaggi a qualcosa che non sono – di certo NON sono casalinghe e di certo NON sono le uniche protagoniste della storia – e, in secondo luogo, crea un senso di familiarità che, invece, il testo rifugge in tutti i modi. E non funziona neanche a creare un contrasto.

A parte questo, il libro tratta principalmente la storia di quattro donne: Masako, Kuniko, Yoshie e Yayoi. Tutte quattro fanno il turno di notte in una fabbrica che produce cibo preconfezionato, tutte quattro lo fanno soltanto perché non c’è altra alternativa, tutte quattro hanno una vita insoddisfacente che cercano di rifuggire.

Non voglio concentrarmi più di tanto sulla trama – anche perché trovo che, qualsiasi cosa io possa dire, rovinerebbe un po’ il senso del libro per chi lo volesse leggere – ma voglio concentrarmi sul ritratto della società – giapponese in questo caso – che ne emerge. È un ritratto desolante, che lascia poco spazio alla famosa “luce in fondo al tunnel” che dovrebbe indicare una possibilità di redenzione. Ci si trova di fronte a persone, che, spesso e volutamente, sono descritte come “oggetti” e che sono “rotte”: sono, come il titolo suggerisce, “out of service”. E che non possono essere riparate. Esiste un’arte in Giappone, il kintsugi o kintsukuroi, che prevede di riparare gli oggetti rotti con l’oro. E gli oggetti, così riparati, acquistano maggior valore.

Ci si aspetterebbe questo mentre si scorrono le pagine: ci si aspetta di vedere le persone che vengono riparate, ci si aspetta di vedere l’oro scintillare tra le varie ferite che la società ha loro imposto. Invece l’oro non c’è e l’oggetto rimane rotto; anzi, col passare del tempo, diventa ancora più, se possibile, rotto, più degradato, squallido. Tanto che si vorrebbe quasi nasconderlo, evitare di vederlo, chiudere le pagine del libro e sperare che sparisca dalla nostra vista.

Ma Kirino è troppo brava con la narrazione per permetterci di chiudere il libro ed evitare di uscirne “rotti” anche noi. E non è una questione di voler sapere come il libro vada a finire – sì, in fondo in fondo, c’è anche quello – ma è una questione di voler sapere fino a dove l’animo umano si possa spingere e di sapere se esiste un punto di rottura definitivo. Il libro non dà una risposta certa: i suoi protagonisti continuano a rompersi e ri-rompersi fino quasi a sgretolarsi ma senza scomparire del tutto. Persino Masako, che vorrebbe soltanto diventare un insetto e scomparire al buio sotto una pietra, non riesce nell’intento, finendo, invece, per giganteggiare nella narrazione e più giganteggia, più si spezza.

Quello che il libro mi ha lasciato è una lieve sensazione di disgusto, disgusto per una società che non solo tratta le donne a seconda del loro aspetto fisico e del loro valore come “donne di casa” ma che è soprattutto cieca di fronte al suo continuo sgretolarsi, al continuo isolamento degli uni dagli altri che diventa, giorno per giorno, sempre più profondo. Mi viene in mente Marlow che, in “Cuore di Tenebra”, dice, quasi sussurrando, “Viviamo come sogniamo – da soli. Ma se il sogno scompare, la vita continua dolorosamente”. E, in “Out”, la vita continua sempre più dolorosamente, sempre più sola. Ma, a differenza di Marlow, che nel sogno, forse, trova una via di fuga, in “Out” non c’è nemmeno quello a consolarci.

Una recensione che ho letto prima di procedere all’acquisto diceva “bellissimo ma incredibilmente cupo”. Concordo. Anche se ritengo che sia un cupo necessario, perché fa emergere ciò che, spesso, non vogliamo vedere e che fa riflettere su come sia facile simpatizzare per l’impensabile. O, perlomeno, come la linea tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sia troppo sottile per tracciarla con certezza.

Conclusioni: sebbene sia descritto come un thriller, non credo che il valore di questo libro risieda nel thriller. Risiede, invece, nell’usare il genere come rampa di lancio per parlare di tutt’altro: della condizione della donna, di una società che rifiuta di vedere il suo marcio, di ciò che l’animo umano nasconde, di razzismo, di errori che non possono essere riparati, non importa quanto ci si provi a ripararli. E il suo valore, per me, è semplicemente questo. Non la violenza, gli omicidi e tutto ciò che ne segue, ma questo.

Recensione di Federica Mascherpa
UN TERRIBILE TITOLO ITALIANO: OUT Natsuo Kirino (Le quattro casalinghe di Tokyo)

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