LA MEMORIA RENDE LIBERI Liliana Segre Enrico Mentana

La memoria rende liberi Segre Mentana Recensioni Libri e News

LA MEMORIA RENDE LIBERI, di Liliana Segre, Enrico Mentana.

Recensione 1

Ogni anno, il 27 Gennaio, si celebra il giorno della memoria, la liberazione da parte dell’armata Rossa del campo di concentramento di Auschwitz. Ogni anno, ci laviamo le coscienze con manifestazioni, con interviste ai pochi sopravvissuti, con film sull’orrore che è stato, e che non dovrà più essere.

Paradossalmente però, l’orrore assoluto, iniziò ben prima della soluzione finale.
Inizia in un Europa soggiogata al Nazismo di Hitler, inizia nell’Italia fascista di Mussolini nel 1938, con le promulgazioni delle leggi razziali.

La memoria rende liberi Liliana Segre Enrico Mentana recensioni Libri e News UnLibroImprovvisamente si decide che il vicino di casa, il collega, la compagna di banco, non è più una persona, non è degno o degna di andare a scuola, d’insegnare, di lavorare, di fare impresa.

Era una stirpe, una razza, che doveva essere annientata, cosi milioni di traditori iscritti al regime fascista, contribuirono all’isolamento, alla segregazione e rastrellamento di Ebrei, ma anche di zingari, omosessuali, handicappati, intellettuali e oppositori politici. Furono moltissimi gli Italiani che chiusero gli occhi, che non vollero guardare e aiutarono a compiere attivamente l’orrore, in cambio di soldi o semplici favori.

In questo clima di sospetto , odio, paura, inizia il racconto di Liliana Segre, una bambina di appena otto anni, dapprima espulsa da scuola perché ebrea diventa invisibile, agli occhi di tutti, delle amiche, della maestra, poi costretta a nascondersi e fuggire, fino al drammatico arresto che porterà lei e la sua famiglia a varcare i cancelli di Auschwitz.

Una storia reale, dura, commovente.
Le parole chiave di questo libro? Sono molte, ognuna racchiude una scena, una frase, un ricordo.
Delatori, Incredulità, Sospetto, Abbrutimento, Abulia, Libertà, Scelta.

Infine Indifferenza: la parola più importante, quella più pesante da sostenere.
Tutto incomincia e finisce da questa semplice parola.

Chi ha fatto del male, ha fatto una scelta, discutibile, inconcepibile, ma chi ha visto passare davanti ai propri occhi tutto quell’orrore e ha preferito volgere il suo sguardo altrove, per indolenza, per pigrizia, inerzia, allora si, allora è stato complice diretto della tragedia umana.

Recensione di Cristina Marescotti

Recensione 2

È il racconto forte, crudo e commovente è “la vita interrotta di una bambina nella Shoah”, è la storia di una vita spezzata dalla follia e dalla crudeltà delle leggi razziali in Italia nel 1937; quelle leggi vergognose hanno cancellato la sua famiglia, il padre, i nonni paterni, gli zii…ed hanno privato una ragazzina, dall’oggi ad domani, del diritto di crescere, di essere felice, di andare a scuola, di rimanere nella sua casa per finire, tredicenne nell’inferno di Aushwitz assieme a centinaia di migliaia di italiani che avevano una sola colpa, appartenere a una minoranza: essere ebrei o omosessuali o zingari.

Ma la cosa più sconvolgente è che tutto questo accadde progressivamente nel più assordante silenzio, nell’indifferenza di molti (non di tutti) che hanno preferito non vedere quello che stava succedendo, che si sono lasciati trascinare dalla propaganda fascista, che ne hanno condiviso il pensiero o che hanno sostenuto la politica di negazione dei diritti a danno di altri uomini e donne senza alcuna ragione, che hanno preferito voltare la testa dall’altra parte per non vedere, o da chi, peggio ancora, ne ha approfittato per arricchirsi (5000 lire per ogni ebreo denunciato), poi, passo dopo passo, il cerchio si è chiuso con la deportazione.

Quindi Liliana Segre, nel raccontare la sua tragedia personale di sopravvissuta, la sua fatica di ritrovarsi e riprendere la sua esistenza irrimediabilmente segnata dalla tragedia, invita i giovani, a prendere coscienza di quella pagina oscura della nostra storia, perché solo attraverso la memoria, si può essere vaccinati contro ogni intolleranza e razzismo.

Recensione di Patrizia Franchina

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