LA VITA È ALTROVE Milan Kundera

LA VITA È ALTROVE, di Milan Kundera

È un romanzo sconvolgente sia per la trama che per lo stile. Scritto nove anni prima de “L ‘insostenibile leggerezza dell’essere“, che ha consacrato Kundera fra i giganti della letteratura, “La vita è altrove”, titolo che utilizza la celebre frase di Rimbaud,  è un capolavoro,  preludio di un indiscutibile genio.

 

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In  uno scenario maledettamente reale si muove il personaggio principale, l’unico ad avere un nome proprio, perché Jeromil è ” il poeta”  già dalla nascita per consacrazione del dio Apollo evocato dalla sua infelice genitrice.

“…nel cerchio magico della poesia, ed è  un cerchio che lei stessa ha tracciato intorno al figlio, un cerchio all’interno del quale lei regna in segreto per sempre!”

Il racconto inizialmente scorre come un veliero nelle placide acque di superficie, fino a quando le correnti rivoluzionarie inondano le macerie cementando un sogno, illusione di rinascita.

 

 

Jeromil si muove in questo contesto da bambino, adolescente,  giovane uomo,  protetto dalle nere ali materne, cocco di mamma,  cullato da terribili artigli.

Kundera pone su Jaromil tutte le incertezze della giovinezza in un periodo antropologico (il comunismo)  che funge soltanto da laboratorio per riflettere sulle domande dell’esistenza umana.

Circondato da figure importanti ma dai nomi comuni (la mamma, il padre,  la commessa, la rossa, il trentenne, il figlio del bidello, il poliziotto e cosi via), il giovane protagonista, frutto di errore materno, continuerà a essere una virgola  mal posta in un contesto piccolo e ordinario che ha la pretesa di cambiare le carte sul tavolo del mondo.

 

 

È l’antieroe in un mondo di eroi oppressi sul nascere, un animo insicuro  sballottato negli alti e bassi dall’opprimente e ossessivo amore materno che con un invisibile cappio al collo lo tiene legato con sordidi ricatti sentimentali e latenti sensi di colpa.

È la rabbia soffocata dell’adolescente, né carne né pesce, che goffamente si muove tra la gente, annaspando nelle acque torbide. È il disprezzo e l’amore per la vita. È la disperazione di non avere ideali sebbene la  società ne sforni tantissimi:   tutti irrimediabilmente e sfacciatamente sfalsati.

È la trasfigurazione mostruosa dei grandi poeti (Rimbaud, Shelley …) È il niente nel tutto, il tutto nel niente.

“Scriveva poesie sull’infanzia artificiale della tenerezza, scriveva poesie su una morte irreale, scriveva poesie su una vecchiaia irreale. Erano le tre bandiere azzurrognole sotto le quali avanzava timidamente  verso il corpo immensamente reale della donna adulta”

Jaromil, grazioso efebo, galoppa in una fantasia fittizia, ama di un amore assoluto ma senza volto.

 

 

La prima parte del romanzo, quindi,  risulta coerente con  la narrazione tradizionale, ma proseguendo il racconto si colora di tinte forti e  il lettore si mescola con Jeromil soffrendo con lui nella infelice ricerca dell’accettazione sociale, in quell’alterità che non lo riconosce, si perde nella sua sessualità disperata e cade nei suoi continui vuoti inarticolati.

E in tale fase il sogno e la realtà cominciano a  confondersi, Jaromil, personaggio di una realtà  in cui regnano stagnazione e vuoto, diventa Xavier (l’alter ego), personaggio di una realtà  in cui regnano il movimento e l’azione, e Xavier diventa Jaromil e in tale alternarsi di ruoli l’ineluttabile quanto imprevedibile epilogo.

Con grande abilità, da attento conoscitore dell’animo umano, Kundera ha saputo creare un romanzo incredibilmente scorrevole, pulito, diretto giacché niente di contorto esiste nell’animo del giovane protagonista se non l’influenza negativa di una madre fondamentalmente infelice e sola ( la mamma sarà ovunque e dovunque) e i pasticci sociali in cui gli ideali si nutrono di ciò che rinnegano.

Buona lettura.

Recensione di Patrizia Zara

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