DELLA GRECÌA PERDUTA Ettore Castagna 

DELLA GRECÌA PERDUTA, di Ettore Castagna (Rubbettino)

Da qualche ora ho finito questo romanzo e vivo già l’attesa sulla punta dell’ultima parola.

Parola che amo e che è una costante nella vita di ciascuno. Adesso, però, se lo avete tra le mani il libro di Ettore Castagna, non andate subito a vedere di che parola si tratta. Su.

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Prendetevi il tempo di gustare questa meraviglia. Disponetevi a leggere qualcosa di bello, bello come ammirare un gioiello antico in un tempo contemporaneo. Mettetevi vicino qualcosa di buono e di semplice, come pane di grano, olio e origano, qualche oliva, un bicchiere di vino rosso rubino.

“Della Grecìa perduta” è il seguito del libro “Del sangue e del vino”. Racconta la storia di Nino, figlio di Caterina, figlia di Dimitri e Agati, profughi in fuga da Creta messa a ferro e fuoco dai Turchi e approdati nella terra dei Greci di Calabria.

 

 

Nino non ricorda nulla. Continua a ripetere: “Imme aspro”. Sono bianco. Cammina incontro all’ignoto con fiducia. Le esperienze lo accompagnano nel mondo, tenendolo per mano. E’ sveglio Nino e docile nel farsi portare nel mondo delle cose e dei sogni. Si fida del suo non sapere, si affida a chi sa più di lui. Maturare è tutto. Accettare il primo passo verso i colori della vita.

La lettura di “Del sangue e del vino” è stata come uno schiaffo, bruciante, violento inaspettato.

“Della Grecìa perduta” è un pettine che incontra i nodi, una candela che benedice il buio, il biscotto nel siero, la zampogna che invita al canto, il sale, nella caldaia che cuoce la capra.

 

 

I contrasti sono i pilastri di questo romanzo. La povertà e la ricchezza, le vacche magre e le vacche grasse, una vita senza sale e una vita piena di sapore. L’amore, la morte, la montagna, il mare, il conflitto, la pace, il popolo e il cavaliere. E l’illusione, il motore che fa proseguire la nostra storia. Nascere, amare, cambiare, persino morire, sono illusioni della luna crescente.

Ho amato questo libro per la dolcezza che affiora dalle pagine, per il modo in cui racconta il cuore delle persone, piccolo, amaro, grande, meschino. L’autore è cresciuto, ha accettato il rischio di lasciarsi andare al proprio stile. Il risultato è una narrazione di piccole storie quotidiane di paesi dalla sorte nota in cui l’amore, il dolore, la vita e la morte si incastrano nel lavoro di un telaio.

 

 

E’ un racconto colto espresso in una musica che parla con tutti gli esseri viventi.

E in questa sera di inizio autunno, con il mare Jonio che ruggisce perché non vorrebbe arrendersi mi viene in aiuto un verso del poeta greco-calabro Salvino Nucera:

“Affinnome tundin musica sto vorea, ste nniste aspre na cami sinodia”.

In attesa del seguito, così da comporre una trilogia, “lasciamo questa musica al vento, perché nelle notti bianche possa farci compagnia”.

Recensione di Maria Natalia Iiriti

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