Tra i più gettonati durante il lockdown: LA PESTE Albert Camus

Tra i più gettonati durante il lockdown: LA PESTE, di Albert Camus

Lo stile semplicissimo, schietto, diretto tanto da riuscire a veicolare il lettore nell’immaginare gli occhi sgranati e la bocca chiusa a dittongo dei personaggi, tipicamente francesi, delineati con una notevole essenzialità nei dialoghi di un “teatro dell’assurdo”, è l’elemento, a mio avviso, che di questo libro ne fa un capolavoro.

 

La peste A. Camus

Mi piace lo stile di Camus, giacché la cronaca del flagello, quale la peste, non arriva mai a toccare le corde dell’isterismo anche nell’apice della sua più toccante drammaticità.

Lo stile mantiene toni sinceri in un crescendo equilibrato apparentemente insensibile ed indifferente, proprio come il dott. Bernard Rieux, cronista suo malgrado.

Ma è proprio in questa insensibilità e in questa indifferenza che la sofferenza s’innalza in un IO collettivo.
I passaggi diventato via via corali e i personaggi acquistano forma e consistenza nelle loro singolari peculiarità.
E anche Dio, nelle vesti del prete Paneloux, da prima vendicativo nei confronti di un’umanità peccatrice, scende dal suo pulpito e si associa al dolore degli uomini con il suo Figlio in croce.

 

 

Dall’astrazione del dolore alla consapevolezza della sofferenza collettiva, si raggiungono concretamente tutti i sentimenti umani e se il linguaggio rimane filosoficamente superficiale, l’intensità delle parole rimbomba con clamore dentro ognuno di noi: un “Noi” pienamente collettivo dove l’orgoglio del “Io” si frantuma in piccolissime scaglie.

L’angelo nero della peste, o di altro flagello, qualunque esso sia, non risparmia nessuno, non fa distinzione alcuna e l’umanità tutta si apre nella consapevolezza di dovere imparare a scendere a patti con il tempo e a riequilibrare continuamente il desiderio irragionevole di tornare indietro o invece affrontare la corsa del tempo.

 

 

Camus con “La Peste” inizialmente disegna un quadro dalle sole sfumature grigio topo riconducibili a un labile “io”, prepotentemente inviolabile e intoccabile, per poi, nel percorrere gli eventi, utilizzare tonalità diverse, più intense e colorate, raffiguranti una collettività fortificata dalla singola fragilità. Un’umanità che attraversa il mare della vita su una barca al cui timone ci sono la consapevolezza, la solidarietà, l’amicizia ( al riguardo segnalo il toccante passaggio fra il generoso dott. Rieux e il morente Tarrou, uomo bonario e sempre sorridente, “capace di provare gusto per tutti i piaceri comuni senza esserne schiavo”) e l’amore.

 

 

Perché la vera tragedia in ogni flagello (peste guerra o epidemia che sia) è che l’abitudine alla disperazione possa essere peggiore della disperazione stessa.

“Tarrou aveva perso la partita, come diceva. Invece lui, Rieux, che cosa aveva guadagnato? Soltanto di aver conosciuto la peste e di ricordarselo, di aver conosciuto l’amicizia e di ricordarselo, di conoscere l’affetto e di doversene un giorno ricordare. La conoscenza e la memoria erano tutto ciò che l’uomo poteva guadagnare al gioco della peste e dalla vita. Forse era questo che Tarrou chiamava vincere la partita!”

Recensione di Patrizia Zara

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