Raccontami tutto, di Elizabeth Strout (Einaudi – settembre 2025)

Anche l’ultimo libro del ciclo di Lucy Barton è arrivato alla fine e, come accade quando si chiude una buona lettura, resta addosso un senso di solitudine: non è facile scegliere un nuovo titolo a cui dedicarsi. Forse perché ci si abitua a quello sguardo narrativo così caldo, che fa sentire a casa; forse proprio in quel vuoto riecheggia la voce della Strout, con una narrazione avvolgente come un abbraccio.
Lucy è ormai una vecchia amica e, insieme a lei, gli abitanti di Crosby chiacchierano, ricordano, confidano segreti e ci regalano una miriade di spunti su cui riflettere.
Abbiamo conosciuto Lucy quando era una giovane madre, appena affacciata al mondo adulto; abbiamo imparato a starle accanto nel quotidiano, condividendone preoccupazioni, successi e difficoltà.
Il tempo è volato via. Le ombre si allungano, si avvicina l’ora del tramonto: non quello poetico che si rinnova ogni sera uguale a se stesso, ma quello che conduce ognuno di noi verso la fine dei propri giorni.
Il tempo sembra rallentare la sua corsa: mentre i movimenti si fanno più rigidi e lenti, i pensieri – al contrario, velocissimi – tornano indietro, frugano nel passato e cercano risposte. È un viaggio interiore per ritrovarsi, proprio ora che il tempo sembra sul punto di fermarsi.
Ormai stabilita a Crosby, Lucy ha trovato nuovi amici con il raro dono dell’ascolto: lei racconta e si racconta, loro ascoltano; poi loro parlano e lei ascolta, e non dimentica. Partecipa, si emoziona e, in questo scambio continuo di confidenze, cerca nelle storie degli altri un senso da dare alla vita e, soprattutto, a quel dolore con cui ognuno di noi convive. Bob, Matt, Olive — persone preziose, a cui è impossibile non voler bene — sono i compagni con cui Lucy divide la sua golden hour. Perché in fondo, come ci insegna la Strout, raccontarsi è l’unico modo che abbiamo per dare un senso al cammino, proprio quando la luce comincia a calare.
E allora non resta che questo: raccontare, per non scomparire — perché alla fine restano solo le storie.
Recensione di Gabriella Calvi


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