Vince la 76esima edizione del Premio Strega Mario Desiati con Spatriati

Vince la 76esima edizione del Premio Strega Mario Desiati con Spatriati  (Einaudi – aprile 2021)

 

Recensione 1

Oggi il genere è fluido. I confini per i giovani non dividono ma aprono mondi. È forse vero che le lingue nascondono tranelli e giochi di potere ma accade anche l’inverso. Nei dialetti a volte si trovano quei semi che sono la risposta giusta alle innovazioni linguistiche di cui abbiamo bisogno.

Il titolo “Spatriati” viene a primo acchito associato alla parola “espatriati”. Erroneamente. Qui non si tratta di expats. Gli expats sono principalmente coloro che lavorano all’estero per scelta, per professione, perché artisti o esperti con skills e competenze di alto livello. Invece, ci spiega l’autore: «spatriato è il participio passato del verbo spatriare» (p 206). Vuol dire andar via, essere cacciati dalla patria. «In alcuni dialetti meridionali tra cui il martinese, ha altre sfumature, come incerto, disorientato, ramingo, stordito, senza arte né parte, in alcuni casi persino orfano: patria deriva dal latino e significa terra dei padri, dunque lo spatriato può anche essere colui che resta senza padre, o chi non l’ha mai avuto».

 

 

Questo ci viene detto, nel capitolo in fondo al libro dal titolo “Note dallo scrittoio o stanza degli spiriti”. Titolo interessante che costringe noi lettori a spostare l’attenzione dal narrato al narrante. Narrante che a quanto pare procede al proprio lavoro in presenza di altre menti vive o defunte ma di fondamentale importanza per le parole scelte, per la necessità astringente di sapere quali siano le nostre fonti, i nostri maestri.  Dice Mario Desiati in un’intervista: «mentre ci lavoravo confluivano gli spiriti della mia vita. Uso il termine spiriti per definire le letture e le esperienze della vita, è un’espressione che nasce da una frase di Robert Walser che chiama lo scrittoio, la stanza degli spiriti. Dei libri che abbiamo letto resta sempre uno spirito, un vento, uno spostamento dello sguardo che cambia il nostro modo di procedere.»

 

 

Libro vincitore del Premio Strega 2022, “Spatriati” è un viaggio nel mondo dei giovani di oggi che sono gender fluid; che non amano i confini, non si sentono di essere definiti maschi o femmine, italiani, tedeschi, pugliesi, o quant’altro. Nel dialetto martinese, “spatriètə” è una parola neutra, non ha genere, non ha numero, non indica solo una persona che è andata via ma anche qualcuno che è diverso, irregolare. Indica chi non ha completato quello che doveva fare. Oppure una persona sciatta. O che ancora non ha famiglia. Una sfumatura negativa si legge nel descrivere chi vive fuori dalle regole. Come l’autore, nato e cresciuto con questa parola. Si è sempre sentito spatriato. Sin da piccolo amava i colori diversi, si vestiva in modo femminile, in Puglia parlava italiano e non dialetto e così via, niente lo accomunava agli altri suoi coetanei e compaesani.  Questi connotati sono anche quelli del protagonista di “Spatriati”, Francesco Veleno, ma anche di Claudia Silvestri, la protagonista femmina, il suo alter ego per certi aspetti più spregiudicato e libero, sempre in movimento, inquieto, alla ricerca di altro, di andare oltre. Di andar via. Nella storia qui narrata, lei va avanti, lui torna.

 

 

È una presa di coscienza verticale e circolare. Diversa. Sradicarsi per Claudia diventa l’unica salvezza, le radici a volte vanno tagliate, e anche piuttosto brutalmente.  Restare è invece la scelta di Francesco. Il compromesso con la propria identità lo costringe a confrontarsi con le proprie radici in loco. Allo stesso tempo, cerca anche di dimenticare la propria natura, ma neanche così riesce a sentirsi libero fino in fondo. Heideggar ci ricorda che: “non esiste viaggio senza ritorno”.  I luoghi sono i tuoi – quando sono protagonisti. E Hillman ci ricongiunge con un concetto profondo legato all’anima: i nostri antenati li possiamo sentire anche nei luoghi dove ci sentiamo a casa.

Berlino e Martina Franca sono “casa” per Mario Desiati. Musica tecno, ritmo sincopato (paratattico) ecco Berlino. Martina Franca è invece la città della lirica. Contrasto chiaro e nitido anche per lo spatriato Francesco Veleno, ma anche verità scomoda. Ci si può sentire fuori luogo ovunque. Amore spatriato per Claudia. Fluido fuori dagli schemi per entrambi. Identità messa in crisi dal genere.

 

 

Il libro è diviso in 6 parti e per ogni parte nelle “Note” di fine storia vengono forniti dettagli tecnici, storici e letterari rispetto a opere o eventi citati nel libro. Come per esempio, per il primo capitolo ci viene spiegato come e quando nacquero i Giochi Senza Frontiera (a proposito di confini…), come e quando si svolsero a Martina Franca nel 1980.

Ogni parte ha un titolo lessicale non italiano – a parte l’epilogo – spiegato fra parentesi Dialetto e tedesco sono la scelta dell’autore. Per la prima parte la parola crestiene ci viene introdotta così: «sostantivo maschile. Individuo qualunque uomo. Come in altri dialetti del Sud – Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo.» Continua citando Carlo Levi «Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli» e dicendo fra le righe che nel Sud questo termine non corrisponde al corrispondente cristiano di lingua italiana, nonostante per entrambi significhi la stessa cosa, sia un uomo che professa la religione cristiana, sia per sineddoche, un uomo qualsiasi.

 

 

La religione è sempre presente nel libro. O meglio, il Vangelo con la copertina di pelle sul comodino (p 35), le preghiere in tutte le chiese affinché Claudia venisse mollata dal fidanzato di turno (p 39), le processioni rituali che chiamano illegittimi gli omosessuali: «la processione con tutte quelle statue è una resa che un dio non può bastare per tutti.» Perché cristiani o no, nel Vangelo vi è «un amore infinito, basta riconoscerlo, è un fluido che attraversa tutti i continenti.» (p 256)

Romanzo di formazione, seguiamo Claudia e Francesco nella loro crescita, attraverso gli eventi, i comportamenti propri e degli altri. Piano piano vediamo come se la cavano con la vita. Come imparano a distinguere. Così a spese proprie, le persone, a volte non sanno cosa si perdono a chiudersi in se stessi, spinti dalla propria incapacità di accogliere l’altro (il diverso): «con la diffidenza – che è l’incapacità di percepire la diversità degli altri – si chiude la porta a tutto ciò che è umano». (p 68)

 

 

Il romanzo è frutto di infinite stesure.  L’autore lo ha scritto e riscritto per quattro anni, dal 2015 al 2019, alla ricerca della sua voce. Della voce dei protagonisti del romanzo. Che trova. Spatriata pure quella.  E poetica: nel rapporto con Claudia: «quella notte sembravamo più simili e vicini di come eravamo stati. Ci stavamo mischiando» (p 86); quando si sofferma a riflettere sul difficile, intricato rapporto madre / figlia di Claudia, Francesco, che invece ha una madre meravigliosa, perché donna, libera e felice, l’amarezza si espande e diventa pura lirica: «I ciclamini erano i fiori della dea dell’Oltretomba, Ecate, divinità che praticava la magia e trasmetteva la conoscenza. Ma ricordarlo senza poterlo trasmettere a Claudia mi riempiva di malinconia.» (p 100)

Certo, le scelte materne sono dolorose sul momento per i figli, ma dense di conoscenza futura e ricche di insegnamenti che ruotano intorno al nostro modo di vivere. Kafka insegna: «il cuore è una casa con due camere da letto: una è quella del dolore, l’altra quella della gioia. Non si può ridere troppo fragorosamente, altrimenti il dolore si risveglia. Purtroppo, non può accadere il contrario, perché la gioia è sorda.» (p 103)

 

 

Pier Vittorio Tondelli, scrittore, giornalista, saggista, morto di AIDS a soli 36 anni inspira Mario Desiati / Francesco Veleno, nel volere tutto osando, senza fermarsi: «avevano tutti l’aria di accontentarsi. Ma dentro di me, aveva ragione Claudia, c’era un’aspirazione, un germoglio: non sono ciò che sembro, posso essere migliore, posso andare oltre.» ((p 121)

Fra gli ‘spiriti ispiratori’, nella stanza dove si scrive e si scopre la scrittura e la ri-scrittura, scopriamo il maestro Raffaele Carrieri, spatriato pure lui: «Le metafore agresti di Carrieri richiamavano l’origine e ci riguardavano: Io sono quello / Che sbaglia tutto / Il verme, il frutto. / Sbaglio l’amore, / sbaglio nel largo / e sbaglio nello stretto / sbaglio a morire / dove non sono…» (p 146) o la poetessa di Ruvo di Puglia, Biagia Marniti, allieva di Giuseppe Ungaretti e da lui soprannominata la nera per via della sua anima oscura: «riposare vorrei | dove gli alberi sono quieti.» (p 249)

Un romanzo che ci guida nel contemporaneo con l’ausilio di chi ha fatto poesia prima di noi. Ed è forse lì la chiave: la fluidità è iscritta nella parola antica, nel dialetto, nella poesia.  Nei lasciti degli spiriti che abitano le stanze della scrittura. Ricorda Mario Desiati: «Non avrei mai scritto questo romanzo senza aver letto l’opera di Franco Cassano, pensatore e sociologo a cui ho dedicato il libro con un inchino a terra. Il grande fondatore e inventore del Pensiero Meridiano, un’idea del mondo oltre a un saggio sociologico che fece molto discutere e riflettere negli anni novanta sul valore della molteplicità delle prospettive contro l’espansione di una sola visione, la convivenza di diverse culture, ma anche, diversi stili di vita.» E con Mario Desiati anche noi lettori ci pieghiamo fino a terra in segno di ringraziamento e gratitudine fluidi nel nostro incedere.

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

 

 

Recensione 2

Mi piace Desiati, mi piace il suo modo di parlare della mia generazione (i quarantenni di oggi), il suo modo di raccontare la mia terra con i suoi odori, colori, tradizioni, modo di pensare, di “mettersi”, il suo sguardo aperto verso il mondo, ma sempre, in qualche modo, ancorato alle origini, la dolcezza e la ruvidezza che si incontrano e si scontrano nella sua scrittura dando forma alla reale consistenza della vita.

Un libro di partenze, di ritorni, di amore e sesso vissuti senza il peso del giudizio, di ricerca interiore e liberazione dalle catene mentali.

Spatriati, ovvero “spatriètə” in dialetto martinese (Martina Franca, paese di origine dell’autore), non sono semplicemente coloro che sono senza patria, che sono andati via, ma sono gli interrotti, gli irrisolti, i disorientati, i dispersi… in un senso più ampio e metaforico.

Possono essere anche i ritornati, quelli che hanno provato a cercare se stessi altrove e non ce l’hanno fatta, e continuano a vivere con una valigia sempre pronta.

È un concetto legato ad un modo di pensare che ti vuole “sistemato” in un luogo fisico e mentale ben incasellato, in un genere ben preciso, in relazioni stabili, con lavori facilmente definibili, e che fatica a comprendere la complessità del sentirsi fuoriposto in ogni luogo, perché ancora alla ricerca della propria identità, dei propri desideri più reconditi.

Ci sono persone affamate di vita, che sentono il bisogno di ampliare i propri confini, di spingersi oltre il limite per poter conoscere e accettare i propri, che hanno necessità di prendere le distanze dalle proprie origini per trovarsi davvero, scevri dall’influenza della famiglia e del “pensiero comune”…

Persone dalla consistenza più fluida che, molto spesso, nello squilibrio, riescono a trovare nuovi equilibri, nuove forme, e non tornano più.

E poi ci sono quelli che non ce la fanno, che sentono forte l’appartenenza, che provano ad allontanarsi, a sperimentare, magari trovando anche una dimensione più grande capace di contenere tutte le sfumature del loro essere e sentire, ma poi immancabilmente ritornano.

Ed ecco che Francesco Veleno (sí, un nome che ritorna da “Il paese delle spose infelici”  e dalle pagine de “Il libro dell’amore proibito”, promosso da soprannome a cognome) e Claudia danno voce a questa generazione che cerca il proprio spazio, la propria identità sociale e sessuale, dando vita ad una relazione che non è amore, non è amicizia, non è sesso, ma è tutto questo e molto altro.

Nessuna etichetta, neanche nei sentimenti.

Lei è proiettata verso la scoperta, ha bisogno di aria, di spazio, di libertà… libertà che troverà prima a Londra, poi a Milano, infine a Berlino.

Lui ha bisogno di lei, invece.

Quindi partirà anche lui, la seguirà, e troverà lì, nella capitale della trasgressione, il coraggio di essere veramente se stesso, senza censure, senza tabù… ma poi tornerà a Martina Franca, spatriato, solo, senza famiglia, ramingo in casa propria.

A casa, ma comunque sradicato.

Alla fine, qui al sud siamo tutti un po’ spatriati, quelli che vanno via e anche quelli che restano.

Recensione di Antonella Russi

Vince la 76esima edizione del Premio Strega Mario Desiati con Spatriati

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