PREMIO VIAREGGIO 1958: OTTAVIO DI SAINT VINCENT Tommaso Landolfi

PREMIO VIAREGGIO 1958: OTTAVIO DI SAINT VINCENT, di Tommaso Landolfi 

Ah , che sguardo lucido che ha quest’uomo! E che giocoliere delle parole e della narrazione !

I suoi personaggi non sono per niente accattivanti; si tormentano nel dubbio di aver trovato le parole esatte per esprimere quel vuoto esistenziale e quella nascosta speranza di vivere …ancora solo un giorno , quello in cui potrebbe accadere qualcosa.

Landolfi destruttura la vita quotidiana e la trasforma in una “fiaba “ la cui inverosimiglianza la rende ancor più vera della realtà .

D’altronde credo sia l’unico modo per uno scrittore che dice di odiare la scrittura di poter scrivere senza ingannare il lettore.

La schizofrenia che abita i suoi personaggi ci conduce a visitare i “fantasmi” della nostra vita e a rendere ancora più vivo il palcoscenico delle nostre azioni .

“Ah, come non vedete che noi tutti veniamo dalla stessa noia e andiamo verso lo stesso nulla?”

Ottavio è un poeta a corto di denaro e decisamente annoiato dalla vita che si presta ad un gioco beffardo , volto ad esaudire il desiderio di una duchessa che vorrebbe adottare un “barbone” e osservare il suo stupore .

Entra senza fatica nella parte del marito della duchessa , gioco al quale si prestano anche i suoi ospiti , tre dei quali interessati alla signora, per amore o per convenienza .

La falsità e la noia di quell’ambiente non tarderanno a manifestarsi e Ottavio che tornerà a sperare , come un tempo , di avere solo un altro giorno in cui potrà sfamarsi nell’ebrezza di una baldoria serale.

Il racconto assomiglia molto ad un gioco d’azzardo, di cui si parla ampiamente nel libro ; un gioco in cui le vincite iniziali diventano motivo di momentanea gioia per poi rivelarsi effimere .

Un gioco che assomiglia alla vita.

“Parigi taceva, a quell’ora notturna. Un giovane veniva innanzi passo passo per una strada qualunque, soffermandosi ogni poco.

‘Ahimè,’ pensava il giovane Ottavio di Saint-Vincent ‘ahimè che io son davvero giunto allo stremo: è tempo di prendere una decisione. Bravo, e quale? Porre fine ai propri giorni o, dicendolo più volgarmente, uccidersi? Eh sì, uccidersi, oppure…Non c’è oppure che tenga, o almeno nessun oppure è da prendere in considerazione. Diavolo, uccidersi nel fiore dell’età, punto sgraziato della persona e neanche, al postutto, sciocco più del necessario? Uccidersi ancora così ricco di speranze? Ah no, ecco dove il tristo esercizio della poesia d’occasione mi tradisce: le speranze sono in vece cadute ad una ad una fino all’ultima. E non dimeno pare io sia tale che, se anche tutte le speranze mi abbandonano, mi rimanga pur sempre la speranza. Insomma, senza voler dibattere di questo punto, uccidermi non mi andrebbe; ma mi si mostri un’altra soluzione. Ah, se soltanto potessi…se soltanto qualcuno o qualcosa …A che serva fantasticare? “

Recensione di Egle Spano’

PREMIO VIAREGGIO 1979: CENTURIA Giorgio Manganelli

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