LUCE D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE Jón Kalman Stefánsson

LUCE D'ESTATE ED È SUBITO NOTTE Jón Kalman Stefánsson

LUCE D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE di Jón Kalman Stefánsson (Iperborea)

 

Luce d'estate ed è subito notte
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Recensione 1

“Luce d’estate ed è subito notte” di Jón Kalman Stefánsson.

“…Prima di tutto vogliamo dimostrare fedeltà  al nostro tempo, non a chissà quale possibile futuro, eppure ci resta un bruciante senso di colpa, come se stessimo commettendo un crimine, del resto siamo bravissimi ad accumulare sensi di colpa. Ci sentiamo in colpa perché non leggiamo abbastanza, perché parliamo troppo poco con gli amici, perché  trascorriamo troppo poco  tempo con i figli, con i vecchi. Siamo sempre in movimento  invece di fermarci ad ascoltare  la pioggia, bere una tazza di caffè,  scaldare un petto. E non scriviamo mai lettere”

In “Luce d’estate ed è subito notte” Jón Kalman Stefánsson, ci insegna ad ascoltare il silenzio delle piccole cose: l’ infrangersi delle onde nelle rocce, il ticchettio della pioggia che echeggia sui tetti,  l’assaporare una carezza, il desiderare l’avverrarsi di un sogno, il sentire il profumo della pelle bagnata in una giornata di pioggia, di un corpo caldo avvolgersi al proprio.
Le storie in un paesino islandese di 400 anime e corpi, meno di  puntino nel planisfero, si ingrandiscono, si intrecciano, interagiscono diventano talmente grandi da espandersi oltre le stelle.

La potenza e la forza della monotonia, il fragore dei cuori, i turbamenti nel buio di un inverno gelito e pesto.
“…quando conosciamo qualcuno spesso non ne vediamo che la superficie o poco altro, sotto possono celarsi mondi che non immaginiamo nemmeno”.
Storie e frammenti splendidamente orchestrati, che sanno di poesia e carnalità, di bello e di brutto, paradiso e inferno. Proprio come ogni essere umano.

Del resto si possono dire tante cose sull’essere umano. La maggior parte delle persone ha dentro bellezza quanto la sporcizia.  L’uomo è  un essere  complesso, una sorta di labirinto, ed è facile smarrirsi se ci si inoltra per cercare spiegazioni.
E così conosciamo la vita, le passioni, le bassezze, l’amore, la quotidianità delle persone del paese, scopriamo i loro pensieri e i loro desideri, le speranze, le aspettative, la paura, l’amore, il sesso, la rabbia, l’indignazione…è un mondo minimalista, partecipe e sentito, per accorgersi una volta di più che tutti abbiamo lo stesso cuore, che siamo tutti ugualmente nudi e impreparati di fronte all’amore, al dolore, alla morte. “Siamo il giudice, il boia e il condannato legato al palo”

Scritto in prima persona plurale (Stefánsson è uno di noi e noi siamo il voi, io e tu all’unisono), con un’armonica sequela di spazi temporali a incastro e con l’ironia dell’intelligenza, “Luce d’estate ed è subito notte” è un piccolo gioiello che acceca nelle brevi giornate d’estate e brilla nelle notti del lungo inverno islandese, un piccolo gioiello incastonato fra le stelle di un universo infinito e sconosciuto. La vita è troppo breve  e il mondo troppo piccolo; lo sapeva il nostro Quasimodo che scriveva dalla sua terra calda e assolata, e lo sa anche Stefánsson che scrive dalla sua terra fredda dai lungi inverni. Il tutto e il nulla ci unisce, c’è poco da fare e da dire. Inutile pensare a qualcosa, si esiste e basta, si ascolta, si accoglie il mondo, il mattino silenzioso, gli imperi diventano polvere in questi attimi Tutto finisce per ricominciare.

La vita è un pluff, un battito d’ali di una farfalla che svolazza nei mari del sud del globo, così evanescente e delicato,  da frantumare un fordo del nord e ridurlo in polvere. Ed è proprio in quell’attimo che sembra per ognuno di noi immortale e infinito che tutto può succedere e il gioiello della vita brilla nel bene e nel male.
Bel libro!

“Per quale motivo ho vissuto,  ha domandato nostra zia in punto di morte, abbiamo aperto la bocca per rispondere, senza conoscere la risposta, ma era già morta, perché la morte comunque ci precede sempre di un buon passo…
…Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana  sempre più come l’arcobaleno”

Del resto “chi piange a un funerale, piange nondimeno la propria morte e quella del mondo, perché tutto muore e alla fine non resta niente”. Ciò è l’unica certezza umana che ci è consentito sapere.

Recensione di Patrizia Zara

 

 

Recensione 2

“E’ nella gente comune che si nasconde ciò che comune non è, i sogni più grandi e i dolori più profondi. (…) A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande” .

Luce d'estate ed è subito notte
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Un paese di appena 400 anime in un lembo dei Fiordi occidentali.

Una voce narrante che insieme ai paesani si fa testimone di vita e di morte, di sogni e di presagi, di successi e di fallimenti, di follia e del ‘denso pantano della quotidianità’.

Rigidi e impietosi cieli invernali, che destano pensieri inquieti anche negli animi più semplici, si alternano ai cieli fulgidi d’estate, che fanno desiderare tetti scoperchiati e finestre più ampie sul mondo.

Storie ordinarie si alternano a vicende stralunate eppure così vivide, concrete che ci sembra di avere davanti i protagonisti, intuire ogni loro gesto o afferrarne i pensieri dopo che l’autore ce li ha messi sotto gli occhi a poco a poco, in un gioco continuo di rinvii, raccordi tra un racconto e l’altro o riprese quando il ritmo della narrazione aveva preso un altro verso; proprio questa tecnica narrativa fa in modo che ci si senta pienamente immersi nell’atmosfera del paese, nei bisbigli, negli sguardi, nei sotterfugi di ogni sorta, come nel bel mezzo di una messinscena in cui noi stessi siamo chiamati in causa perché, in fondo, chi di noi può sottrarsi all’eterna domanda di cui sembra vibrare l’intera narrazione: PERCHÉ VIVIAMO?

Ecco allora l’astronomo improvvisato, che molla moglie e vita agiata per dedicarsi ai misteri del Latino e delle stelle; l’avvocato che regge la sua vita sui numeri per poi accorgersi di non sapere contare i pesci del mare e le sue stesse lacrime; la postina avida di vita che spia la corrispondenza altrui per farne ludibrio pubblico; il contadino che troppo tardi si accorgerà di quanto sia preziosa la possibilità di amare e tenersi per mano…

Queste sono solo alcune delle storie, perché qui ognuno ha una sua storia da raccontare, nel bene e nel male, e crogiolarsi in quella storia è il modo migliore per esorcizzare la paura e per soddisfare un desiderio, che sia di carne o di spirito, di morte o di vita, di annientamento o di redenzione, ma guai a giudicare perché tutti, prima o poi, veniamo inghiottiti da questa inevitabile spirale, e questo l’autore sembra dircelo con un misto di tenerezza e ironia che conferisce levità alla narrazione.

Sorprendente è la capacità di fusione tra essere vivente e paesaggio, dagli agnelli che si ubriacano di luce estiva andando incontro a un destino di morte, agli spettri che continuano a infestare il luogo attorno a cui gira la vita attiva del paese. Ma forse il senso di tutto sta nell’abbracciare il proprio destino col suo carico di mistero, amandone le cicatrici o semplicemente accettandolo, condividendolo con l’altro o trovando le parole giuste anche solo per narrarlo, proprio come fa Stefánsson con la sua prosa ricca di poesia:

“Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno. Nelle storie antiche si dice che l’uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo – la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe. E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate”.

Recensione di Magda Lo Iacono

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