LUCE D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE Jón Kalman Stefánsson

LUCE D'ESTATE ED È SUBITO NOTTE Jón Kalman Stefánsson

LUCE D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE di Jón Kalman Stefánsson

“E’ nella gente comune che si nasconde ciò che comune non è, i sogni più grandi e i dolori più profondi. (…) A volte nei posti piccoli la vita diventa più grande” .

Luce d'estate ed è subito notte
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Un paese di appena 400 anime in un lembo dei Fiordi occidentali.

Una voce narrante che insieme ai paesani si fa testimone di vita e di morte, di sogni e di presagi, di successi e di fallimenti, di follia e del ‘denso pantano della quotidianità’.

Rigidi e impietosi cieli invernali, che destano pensieri inquieti anche negli animi più semplici, si alternano ai cieli fulgidi d’estate, che fanno desiderare tetti scoperchiati e finestre più ampie sul mondo.

Storie ordinarie si alternano a vicende stralunate eppure così vivide, concrete che ci sembra di avere davanti i protagonisti, intuire ogni loro gesto o afferrarne i pensieri dopo che l’autore ce li ha messi sotto gli occhi a poco a poco, in un gioco continuo di rinvii, raccordi tra un racconto e l’altro o riprese quando il ritmo della narrazione aveva preso un altro verso; proprio questa tecnica narrativa fa in modo che ci si senta pienamente immersi nell’atmosfera del paese, nei bisbigli, negli sguardi, nei sotterfugi di ogni sorta, come nel bel mezzo di una messinscena in cui noi stessi siamo chiamati in causa perché, in fondo, chi di noi può sottrarsi all’eterna domanda di cui sembra vibrare l’intera narrazione: PERCHÉ VIVIAMO?

Ecco allora l’astronomo improvvisato, che molla moglie e vita agiata per dedicarsi ai misteri del Latino e delle stelle; l’avvocato che regge la sua vita sui numeri per poi accorgersi di non sapere contare i pesci del mare e le sue stesse lacrime; la postina avida di vita che spia la corrispondenza altrui per farne ludibrio pubblico; il contadino che troppo tardi si accorgerà di quanto sia preziosa la possibilità di amare e tenersi per mano…

Queste sono solo alcune delle storie, perché qui ognuno ha una sua storia da raccontare, nel bene e nel male, e crogiolarsi in quella storia è il modo migliore per esorcizzare la paura e per soddisfare un desiderio, che sia di carne o di spirito, di morte o di vita, di annientamento o di redenzione, ma guai a giudicare perché tutti, prima o poi, veniamo inghiottiti da questa inevitabile spirale, e questo l’autore sembra dircelo con un misto di tenerezza e ironia che conferisce levità alla narrazione.

Sorprendente è la capacità di fusione tra essere vivente e paesaggio, dagli agnelli che si ubriacano di luce estiva andando incontro a un destino di morte, agli spettri che continuano a infestare il luogo attorno a cui gira la vita attiva del paese. Ma forse il senso di tutto sta nell’abbracciare il proprio destino col suo carico di mistero, amandone le cicatrici o semplicemente accettandolo, condividendolo con l’altro o trovando le parole giuste anche solo per narrarlo, proprio come fa Stefánsson con la sua prosa ricca di poesia:

“Parliamo, scriviamo, raccontiamo di piccole e grandi cose per cercare di capire, di arrivare a qualcosa, di afferrare l’essenza che però si allontana sempre più come l’arcobaleno. Nelle storie antiche si dice che l’uomo non possa guardare Dio, equivarrebbe alla morte, e senza dubbio vale lo stesso per quello che cerchiamo – la ricerca stessa è lo scopo, il risultato ce ne priverebbe. E ovviamente è la ricerca che ci insegna le parole per descrivere lo splendore delle stelle, il silenzio dei pesci, il sorriso e lo sconforto, la fine del mondo e la luce dell’estate”.

Recensione di Magda Lo Iacono

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