LE STREGHE D’ITALIA, vi presento la prima: Elsa Morante con L’isola di Arturo 1957

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L'isola di Arturo

LE STREGHE D’ITALIA, vi presento la prima: Elsa Morante con L’isola di Arturo

Puntata n. 1

Vai alla Puntata n. Zero, quella di presentazione del percorso “Nel nome della Strega: su e giù per un’Italia letteraria”

 

TITOLO: L’ISOLA DI ARTURO

AUTORE: ELSA MORANTE

“Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo imparato, che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!”

Iniziamo il nostro percorso sulle Streghe d’Italia…Vi presento la prima, Elsa Morante, e l’Isola di Arturo, che riceve il prestigioso premio nel 1957.

Ho amato questo libro dalla prima pagina, ho amato la Morante e la sua scrittura lirica dalla dedica che introduce il romanzo, ho amato Arturo e tutti quelli che girano intorno a lui…e ho amato Procida, “un piccolo punto sulla Terra, che fu tutto”.

Un’isola che è la metafora della mitica infanzia di Arturo; il mare le fa da schermo e la protegge dalle brutture del mondo esterno.

Un’isola nel tempo e nello spazio, luminosa, mediterranea, omerica.

Un Eden incontaminato che rappresenta per Arturo un caldo e accogliente grembo materno, lui orfano di madre, l’isola diventa la sua mamma.

Una casa, la casa dei Guaglioni, il castello dei Gerace, ora luogo desolato, rovina abbandonata, ora luogo magico, un feudo fastoso, sempre abbracciato dalla natura che nel tempo si è presa i suoi spazi anche tra le sue mura.

 

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La natura, pulsante, viva, che cambia, si modifica, che segue i lenti cicli delle stagioni…il mare, la sabbia, gli animali di ogni tipo…le stelle del firmamento, tutto forma il palcoscenico da fiaba su cui si muove e cresce Arturo.

E poi i tre personaggi che hanno scritto il loro nome nel mio cuore in maniera indelebile…

Wilhem Gerace, il padre di Arturo, un dio, un eroe epico, un cavaliere, un esploratore, un coraggioso condottiero e un fedele amico… tutto questo agli occhi del figlio, che lo aspetta sulla sua isola ogni volta che va via. E se ne va spesso Wilhelm, e senza preavviso ritorna, alimentando così le fantasie di Arturo che lo immagina coinvolto in avventure rocambolesche.

“S’io fossi un pittore, e avessi dovuto illustrare i poemi epici, i libri di storia ecc., credo che nelle vesti dei loro eroi principali, avrei sempre dipinto il ritratto di mio padre, mille volte.”

E poi c’è Nunziatella, la prima donna a mettere piede a casa Gerace, dopo la mamma di Arturo, scomparsa nel darlo alla luce.

Nunziatella è la dimensione positiva dell’amore, è l’autenticità e l’apertura verso il prossimo.

E’ moglie, sorella, madre, amica, innamorata.

E’ straordinariamente genuina nella sua elementarità.

Lei è l’espressione passionale, carnale, dirompente della meridionalità, nei suoi usi, costumi, tradizioni, superstizioni, credenze, eccessi, nel bene e nel male.

“Ma avere, invece, un corpo senza nessuna beltà, anzi piuttosto malfatto, con povere forme grossolane; capelli, occhi mori; scarpacce ai piedi; vesti da stracciona; e, con tutto ciò, essere bella come una dea, come una rosa! Ecco un vanto supremo di vera bellezza!”.

E infine c’è Arturo con il suo cuore grande, “troppo innamorato dell’innamoramento”, con gli occhi rivolti al cielo a scrutare tra le stelle una tenda orientale dove immagina sia la sua mamma.

Arturo, con il nome preso da un leggendario re e da una stella.

Arturo che ama e odia appassionatamente fino ai limiti della morbosità.

La sua fanciullezza è una perenne anarchica vacanza…”io vivevo sempre in vacanza, e le mie giornate da vagabondo, soprattutto durante le lunghe assenze di mio padre, ignoravano qualsiasi norma e orario. Soltanto la fame e il sonno segnavano per me l’ora di rientrare a casa”.

Arturo e la sua solitudine e la sua costante ricerca di affetto, di baci e di carezze che non ha mai ricevuto…

“Mi pareva che non si potesse mai conoscere la vera felicità dei baci, se erano mancati i primi, i più graziosi, celesti: della madre.”

Arturo attraversa i suoi momenti difficili, la sua selva oscura, lascia l’età della fanciullezza, distrugge i suoi miti e li ricostruisce con un velo di nostalgia e compassione.

“Il fuoco di quella infinita stagione puerile mi montò al sangue, con una passione terribile che quasi mi faceva mancare. E l’unico amore mio di quegli anni tornò a salutarmi. Gli dissi ad alta voce, come se davvero lui fosse lì accosto: -Addio, pà.”

La sua forza sta nel non voltarsi indietro, di guardarsi avanti ma di conservare nel cuore quello che Procida è stata per lui…un “piccolo punto sulla Terra, che fu tutto”.

“E così in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa”.

Buona lettura!

Di Cristina Costa

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