MAESTOSO È L’ABBANDONO Sara Gamberini

Maestoso è l'abbandono

MAESTOSO È L’ABBANDONO, di Sara Gamberini

È l’alba. Maria è in auto, i capelli rasati a zero. Vicino a lei sei bottigliette di Campari, tutte vuote. Le ha bevute nella notte, una dopo l’altra, calde, cantando le canzoni che hanno trasmesso alla radio. Ha lasciato un biglietto sullo zerbino. Alle prime luci del giorno ha sistemato il sedile e ha lasciato per sempre via Pigna numero due.

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Dietro questo gesto, dietro questa decisione così solenne e irrevocabile, è nascosto un mondo intero. Adesso Maria è una giovane donna un po’ meno fragile e un po’ meno insicura di prima. Ma in passato è stata una ragazzina anarchica, sentimentale e animista, figlia di una madre empatica con gli altri e distante con lei, che quando parlava usava il plurale e che spesso si dimenticava di prepararle da mangiare.

Crescendo, Maria finisce in analisi dal dottor Lisi, un professionista stimato che indossa camicie azzurre e golf blu. Secondo lui, Maria soffre di ansia da separazione e propensione a spezzare i legami. Passa del tempo, e Maria trova lavoro in una libreria. La mettono al reparto narrativa. Tra gli scaffali di libri conosce Lorenzo, collega del reparto musica-film. Si invaghisce di lui perché è assurdo, scostante e poetico. Gli scrive una lettera d’amore lunga tre fogli, ma non gliela consegna mai. L’avvicinamento, tra i due, è lento, lungo e tappezzato di passi all’indietro.

Di maestoso in questo libro, la cui lettura mi ha cullato in un Settembre di un anno fa, non c’è quindi solo l’abbandono, ma anche un’intera pratica di introspezione, di esternazione, di tentativi mirati a non lasciarsi sopraffare né dalla troppa vita né dalla sua assenza. Un unicum di suggestioni affamate, alle quali difficilmente si può restare indifferenti.
«Sono qui da secoli, per gli addii mi serve tempo. È l’alba, l’ora del lupo è passata da poco, mi scrollo di dosso i residui patetici, eccessi emotivi, sistemo il sedile e lascio via Pigna numero due».
Gamberini esordisce così gettando il lettore nel flusso di coscienza di questa donna nel momento finale della decisione di dire addio al suo analista. La scrittura è fatta di una sensibilità in grado da sola di spiegare e sublimare il senso dell’abbandono, dell’attaccamento al non reale e dei pesi che fortunosamente ci tengono legati al mondo terreno.
Maestoso è l’abbandono si ferma un passo prima del romanzo comunemente inteso, o forse in verità si ferma un passo dopo.
Maestoso è l’abbandono si ferma nel regno dell’indistinto e dell’onirico, si separa dalle etichette canoniche, e si trasforma subito in una salvezza sottile, in una grande confessione, in una sincera esperienza di condivisione. Sara non solo suggerisce degli spunti di riflessione, ma per lo più ne crea per sé, quasi che si trattasse di un monologo allo specchio, amplificato da un microfono nascosto.

Recensione di Rita Maria Esposito

MAESTOSO È L’ABBANDONO, di Sara Gamberini

 

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