LA BABILONESE, di Antonella Cilento (Bompiani – settembre 2024)

La babilonese di Antonella Cilento, edito da Bompiani, non è semplicemente un romanzo storico o un romanzo fantastico, è un romanzo iniziatico e misterico che riflette la notevole erudizione dell’autrice.
La vera protagonista del romanzo è una misteriosa bambina che con una lucerna (o fiaccola, lume, candela, lanterna, pila, a seconda delle epoche in cui riappare) corre senza stancarsi mai. Attraversa il tempo e la distruzione, sopravvive a pestilenze e disastri, sorride sempre e non si ferma mai. Simboleggia la creazione, lo spirito della speranza, più immortale perfino dell’amore e della vendetta. Alla fine della storia, è l’anima eterna “che sana e fa rinascere, fa ripartire, arresta il ciclo della vendetta”, come spiega la stessa scrittrice in una recente intervista. Per questa emblematica figura, l’autrice ha tratto ispirazione dalle opere dei pittori tenebristi seicenteschi nei quali compare spesso una figura che regge un lume acceso per rischiarare le tenebre.
All’inizio del libro, la bambina salva da morte certa la regina assira Libbali e la guida in una fuga millenaria nel tempo senza fine. Libbali, vissuta nel VI secolo a. C. a Ninive, era la bellissima moglie del re assiro Assurbanipal (a noi meglio noto con il nome di Sardanapalo). A inizio romanzo, divampa una passione travolgente tra Libbali e Avhiram, il giovane e affascinante mago del re. Assurbanipal, scoperto il tradimento, farà giustiziare il mago e avvelenare le quattro figlie di Libbali, servendosi del crudele Acherib. Fuggendo con l’aiuto di Yeoudith, la bambina con la lucerna, Libbali promette a se stessa di ritornare: “Se il dio Luna Sin fa reincarnare Acherib e Assurbanipal, io tornerò. Quattro volte o quaranta volte quattro, se serve. Una per ogni mia figlia…”
Così inizia il ciclo di reincarnazioni, alimentato dal desiderio di vendetta inestinguibile.
Ritroveremo i quattro personaggi in epoche diverse con altri nomi, ma le loro strade continueranno a intrecciarsi sempre in modo tragico. Questo aspetto del romanzo ricorda in qualche modo il romanzo “Il segno del comando” di Giuseppe D’Agata.
Nella Londra del 1848, Assurbanipal sarà l’archeologo Henry Austen Layard, proprio colui che ha riportato alla luce le città assire anche nella realtà. Il bellissimo Avhiram incarnerà, invece, nel Seicento, il pittore napoletano Aniello Falcone.
C’è sempre un filo che lega i quattro protagonisti. Nel caso di Aniello Falcone e Layard, si tratta di un misterioso disegno del pittore che raffigura proprio Libbali e la bambina. La scrittrice tesse la sottile trama dei diversi destini con grande maestria, senza perdere mai il filo.
Un altro aspetto affascinante del romanzo è la grande varietà stilistica. Come dice la stessa autrice, ogni epoca ha un suo stile: epico quello del tempo assiro, picaresco quello del Seicento, pienamente romanzesco quello dell’Ottocento e degradato e ridicolo quello dell’oggi.
Gran parte della storia si svolge a Napoli e ci si potrebbe domandare quale legame c’è tra Ninive e la città partenopea per giustificare questa scelta dell’autrice. La risposta in realtà è molto semplice. Napoli tra Settecento e Ottocento con le incredibili scoperte archeologiche avvenute in quei due secoli divenne il luogo di attrazione di eruditi e archeologi di tutta Europa. E come spiega la scrittrice in un passaggio del libro, le anime vengono risvegliate e richiamate alla vita solo se qualcuno pensa a loro e la scoperta di reperti archeologici è il miglior modo per richiamarle.
Ricordiamo, inoltre, che al Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono conservati i calchi in gesso dei bassorilievi assiri, donati dal londinese Layard, scopritore di Ninive e Nimrud, a Giuseppe Fiorelli, l’inventore dei gessi di Pompei.
Ma, oltre ai quattro personaggi che attraversano i millenni, c’è un personaggio veramente notevole, che vale la pena menzionare, quello di Filomena Argento che vive nella Napoli di fine Ottocento. Questa donna, non particolarmente avvenente, interviene nella trama proprio quando la passione tra Libbali, diventata a quell’epoca Madame Ballu, e Avhiram, che in quell’epoca si chiama Alan Cochrane, stava rischiando di diventare troppo stucchevole. La scrittrice è stata brava a rappresentare un contraltare alla bellissima Madame Ballu che, a quel punto, rischiava di diventare antipatica. L’attenzione del lettore, invece, viene spostato, molto scaltramente, su questa strana donna, che in linguaggio cinematografico si potrebbe definire una bravissima caratterista. Godibilissima è la scenetta dell’incontro tra questa donna di mezz’età e lo scrittore Francesco Mastriani.
Per concludere, questo romanzo è riflessione sulla memoria, sul desiderio insito nella specie umana di conservarla e preservarla e tramandarla ai posteri, sul rischio sempre in agguato di perderla. A tal proposito, questo romanzo ha anche il merito di aver ricordato, tra gli altri, il pittore Aniello Falcone, ingiustamente dimenticato, un importante battaglista che sceglieva principalmente cavalli come soggetti delle sue opere e proprio un cavallo potrebbe essere l’emblema di questo libro che galoppa vertiginosamente attraverso i millenni.
Recensione di Anita Silvestro


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