JUBIABÁ, di Jorge Amado (Einaudi)

C’è un ritmo nella scrittura di Jorge Amado che non si legge: si ascolta. È tamburo che batte nei vicoli di Salvador de Bahia, voce della strada e del Candomblé, pianto di miseria e canto di resistenza. Jubiabá non è solo un romanzo: è un rito, un pellegrinaggio nel corpo vivo e ferito del Brasile degli ultimi, degli invisibili, dei negri e dei bambini.
Il protagonista, Antônio Balduíno — Baldo per chi gli vuole bene — nasce orfano e cresce randagio, figlio della città, dell’asfalto caldo e dell’odore di pesce e sudore. La sua infanzia è rubata e insieme gloriosa: tra pugni e poesia, fame e libertà. Sotto l’ala di Jubiabá, il babalorixá, il vecchio stregone e saggio, Baldo impara che la magia non è evasione, ma resistenza. La religione afrobrasiliana diventa così ossatura culturale, rifugio spirituale, e soprattutto ribellione identitaria.
Amado canta. Canta la povertà senza edulcorarla, canta l’ingiustizia senza moralismi. La narrazione trabocca di umanità, come le strade di Salvador traboccano di vita: sporca, contraddittoria, ma irriducibilmente viva.
La prosa di Amado è una lunga preghiera pagana: dolce, aspra, sensuale. E il romanzo, nella sua interezza, è un’ode alla dignità di chi non ha nulla, se non la propria storia da raccontare — o da danzare, tra un samba e una rivoluzione.
In Jubiabá, Jorge Amado dipinge un mondo con il pennello del cuore e l’inchiostro della lotta. E alla fine, chi legge non è più lo stesso. Perché in quel ragazzo che cresce combattendo, amando, sbagliando e sperando, c’è un pezzo di ciascuno di noi.
Recensione di Karin Zaghi


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