LA FABBRICA DELLE TUSE Giacinta Cavagna di Gualdana

LA FABBRICA DELLE TUSE Le ragazze del cioccolato, di Giacinta Cavagna di Gualdana (Piemme)

Mi sono avvicinata a questa lettura con un interesse preciso: Milano, la sua storia industriale, il lavoro femminile. E in effetti, nei passaggi in cui la città prende forma, si sente una competenza reale dell’autrice. Alcuni scorci, certi ambienti, il legame con la fabbrica Zaini hanno una concretezza riconoscibile e, da milanese, mi hanno restituito qualcosa di familiare.

Giacinta Cavagna di Gualdana arriva alla narrativa da un percorso già solido in ambito culturale: è storica dell’arte e studiosa, con un’attenzione evidente per la ricostruzione storica e per i contesti. Questo è il suo romanzo d’esordio, e la formazione si avverte con chiarezza: la materia è trattata con cura, documentata, ma la componente romanzesca resta più trattenuta.

Il cuore narrativo — le “tuse”, il lavoro, la dimensione collettiva femminile — rimane più evocato che realmente attraversato. Ci si aspetterebbe un affondo nelle dinamiche della fabbrica, nei rapporti tra le donne, nelle gerarchie, nelle trasformazioni sociali. Invece il racconto tende a mantenersi su un livello descrittivo, ordinato, che non sempre riesce a incidere.

Anche i personaggi seguono questa linea. Sono presenti, collocati con precisione nel quadro familiare e lavorativo, ma raramente acquistano una piena autonomia. Faticano a emergere come figure complesse, e il legame con chi legge resta tenue, come se li si osservasse più che incontrarli.

Ho avvertito una forte impostazione ricostruttiva, quasi da ricerca storica trasposta in forma narrativa. Questo dà solidità all’ambientazione, ma finisce anche per limitare la tensione interna del racconto. La storia procede senza veri scarti, senza quei momenti in cui la narrazione si impone con maggiore forza.

La scrittura è pulita, scorrevole, sempre controllata. Una scelta coerente, ma che a parer mio tende ad appiattire i passaggi che richiederebbero maggiore intensità emotiva o una variazione di tono.

Alla fine della lettura, mi è rimasta Milano — i suoi luoghi, le sue atmosfere, il riconoscimento personale. Ma anche la sensazione di un’occasione solo in parte sviluppata: una materia ricca, un contesto promettente, che avrebbero potuto sostenere una narrazione più incisiva. Essendo un esordio, viene naturale chiedersi come evolverà la scrittura dell’autrice nei lavori futuri, se saprà affiancare a questa solida base documentaria una maggiore libertà narrativa, capace di lasciare un segno più netto.

 

Recensione di Karin Zaghi

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