IL PIANETA DEL SILENZIO Stanislaw Lem

IL PIANETA DEL SILENZIO, di Stanislaw Lem (Mondadori)

“L’esplorazione di un mondo, senza causare danni, è impossibile”

Non è stato per nulla facile leggere questo libro. Dopo essere stata affascinata da “Solaris” e “L’Invincibile” ho affrontato “Il pianeta del silenzio”, ma sono rimasta spiazzata. Un romanzo di fantascienza con molte digressioni non sempre facili da leggere: è faticosa la ricostruzione scientifica di Lem, che ha dimostrato di avere -appunto- una grandissima cultura in materia. Non solo romanzo di Fantascienza, tuttavia: il genere sta stretto a Lem, che anche qui non perde occasione per riflettere su questioni non banali.

La storia inizia con il giovane Parvis che atterra su Titano con un carico di radiatori. Il ragazzo in realtà era diretto allo spazioporto di Graal ma per una emergenza è stato deviato su Roembden. Tra Roembden e Graal i rapporti non sono molto buoni, c’è una forte competizione per i progetti di estrazione mineraria che sfociano in campanilismo antagonistico. Tuttavia, nel tragitto tra le due basi si sono persi degli uomini e bisogna andare a cercarli. La strada da percorrere è piena di ostacoli e pericolosa, ma a Parvis il coraggio non manca e si offre volontario per il recupero.

Ritroviamo in questa prima parte del racconto lo stesso Lem di Solaris, un Lem che si sofferma su descrizioni paesaggistiche molto poetiche e riflessioni sulla diversità di forme che può acquisire la natura in assenza di uomini e di pressione selettiva.

“E perché laggiù la ghigliottina dell’evoluzione non era all’opera per eliminare da ogni genotipo quel che non era necessario per la sopravvivenza … laggiù la natura, non più soggetta ai ceppi della vita da essa partorita e a quelli della morte da essa inflitta, laggiù poteva raggiungere la piena libertà, mostrando quella prodigalità che le era caratteristica: lo spreco infinito, l’inutile e bruta magnificenza, l’eterno suo potere di creare in maniera del tutto priva di finalità, di necessità, di significato”.

Ritroveremo Parvis anni dopo, sulla nave spaziale Euridice, diretta con la sua navetta Hermes verso Quinta, un pianeta del sistema di Zeta Harpyiae, su cui dovrebbero trovarsi creature intelligenti con cui entrare in contatto. In realtà non sarà per nulla facile comunicare con questo pianeta, già apparentemente impegnato in una guerra delle radiotrasmissioni “portata al limite dell’assurdo, in cui nessuno poteva più trasmettere alcun messaggio, perché ciascuno dei contendenti era sommerso dall’altro”. Il pianeta è infatti circondato da una marea di satelliti in emissione, in opposizione tra di loro per soffocarsi a vicenda sul piano della trasmissione dati. Già così agli uomini risulta complicato trovare il modo di inserirsi con le loro comunicazioni; se poi aggiungiamo la difficoltà nell’interpretazione della parola “contatto”, capiamo come il senso e l’esito finale della spedizione possano essere stravolti in pochi passaggi.

“La sua depressione non era dovuta alla convinzione che la comunicazione con i Quintani fosse inutile e che fosse basata su ipotesi false, ma al fatto che erano entrati in un gioco del contatto in cui la violenza era divenuta la carta più alta in gioco”.

Lem ci conduce attraverso lo spazio siderale facendoci immaginare cosa potrebbe succedere con uno sviluppo abnorme della tecnologia affrontando contemporaneamente temi etici e morali di grande portata quali il concetto di identità, il significato di vita e di morte, il valore dei criteri utilizzati per le scelte in situazioni limite. Raccontandoci della spedizione su Quinta ci parla di noi uomini, che invadiamo altre terre incapaci di osservarle senza toccarle, che per nostra stessa natura non possiamo pensare se non in modo antropocentrico, che ci facciamo la guerra tra di noi prima di farla agli altri (anche se non dovremmo dimenticare che “gli altri” siamo sempre noi).

In una delle digressioni di Lem alcuni esploratori alla ricerca di un tesoro vengono spaventati e sconfitti nella loro missione da un gioco di specchi: è successa la stessa cosa agli esploratori di Quinta? Hanno pensato di vedere ciò che in realtà è stata un’illusione?

Chissà se alla fine i Quintani sono stati visti.

Recensione di Benedetta Iussig

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