Può non piacere un classico? IL SIGNORE DELLE MOSCHE William Golding

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Può non piacere un classico? IL SIGNORE DELLE MOSCHE, di William Golding

 

Perché, quando non piace un romanzo classico, si deve sempre mettere in conto una incapacità? Perché si deve sempre considerare una mancanza di sensibilità o, peggio ancora, di preparazione, quando non piace un testo che ha avuto grandi consensi? Alcune volte può essere semplicemente che un romanzo non ci piaccia, o che sia oggettivamente brutto, noioso, poco appassionante, privo di ritmo, ecc.

 

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Davanti ai romanzi classici (questo lo è, sicuramente) si ha sempre una certa reverenza (come gli arbitri quando dirigono le partite della Juve, per intenderci?!), un certo timore a dare giudizi.

Questa timidezza di approccio serve a ben poco. Non che si debba essere superficiali o presuntuosi, ma nemmeno intimoriti, quando si parla di narrativa. La narrativa è (soprattutto) il racconto di storie, attraverso regole (non discutibili) della narratologia. Le storie devono appassionare, commuovere, spaventare, divertire, insomma, in una parola, intrattenere. Parallelamente all’intrattenimento, arrivano i contenuti e tutta una serie di messaggi che si muovono fra le righe del testo, nonché la mera bellezza della scrittura, l’estetica e lo stile.

 

 

Si parla di romanzi che sono, va ricordato, vicende raccontate e non propriamente “esercizi di stile”, sicché per quanto la scrittura possa essere oggettivamente bella, per quanto la storia possa portare messaggi significativi, non si può prescindere dalla storia e dal ritmo, quando si giudica un testo narrativo.

Questo romanzo di William Golding è terribilmente annoiante, privo di ritmo, senza effervescenza alcuna nel tessuto della storia, senza colpi di scena, senza nessun passaggio che possa stupire o emozionare. Niente! L’aggravante di fronte alla piattezza di queste pagine è il fatto che il soggetto era geniale: un gruppo di bambini che naufraga su un’isola deserta e si organizza per sopravvivere, fra rivalità, lotte, incomprensioni, paure, vigliaccherie e crudeltà, tutte conseguenze inevitabili che porta con sé la pochezza dell’animo umano.

 

 

Un soggetto meraviglioso. Questo libro poteva essere un capolavoro, visto anche la discreta qualità di scrittura dell’autore. Invece ci si trova di fronte ad un romanzo tedioso e sgonfio, dove ad ogni pagina si sente come lo sfrigolare sommesso del fuoco possibile, sotto monti di cenere. A ogni pagina arriva come uno schiaffo la consapevolezza amara di quello che avrebbe potuto essere un romanzo basato su un’idea così aperta e grandiosa.

 

 

Non lo si legga. Il fugace tempo della vita non basta per leggere tutto quello che abbiamo in eredità dai grandi geni della letteratura. Perdere tempo con questi marmocchi sperduti nell’oceano significherebbe sottrarne ai capolavori che aspettano di essere letti (da secoli).

Il tempo però è una questione personale, si può riempire come si vuole (ammesso che il tempo sia fisico).

Recensione di Mauro Mauri-Maurone Caratori Tontini

 

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