DIARIO DEL SONNO Paola Silvia Dolci

Paola Silvia Dolci

DIARIO DEL SONNO, di Paola Silvia Dolci (Le Lettere – maggio 2021)

 

«Voglio fare il guardiano del faro» è una sorta di leitmotiv che ricorre sempre nel libro. Dà l’idea di una persona che vuole osservare il mare, le sue onde, i suoi movimenti, i suoi segreti. Ma che in quel mare non osa tuffarsi. Non vuole. Non può. Rimane lì a trascrivere le mutazioni che avvengono dentro di sé, i ricordi, di un’onda piuttosto che di un’altra. Come nelle scienze, l’osservazione è la prima regola. Peccato che lei, la voce narrante non la osservi nessuno. Passa del tutto inosservata. «Io sono astratta e non può vedermi nessuno.» (p.17) Paola Silvia Dolci, nata a Cremona, è ingegnere civile, drammaturga, armatrice e comandante, traduttrice e scrittrice, dirige riviste e scrive poesia. Non ha una formazione classica. È un’autodidatta delle lettere e procede, sia nella scrittura che nella lettura seguendo il suo cuore. O la sua mente. Di sicuro non una scuola. Non un’idea dominante. Già lei lo è abbastanza. O così si sente. O così viene descritta nel risvolto di copertina del suo ultimo libro “Il diario del sonno”. Un titolo proposto in una collana di poesia, ma che a guardarlo dall’esterno assomiglia a una prosa letteraria. Poesia in prosa? Prosa in poesia? Memoir? Scrittura intimistica? Questa raccolta di scritti sparsi e brevi, sono le parole che Paola Silvia Dolci ha scritto nei due anni circa di analisi, quando le parole non le venivano mentre era seduta davanti al suo psicanalista. Alle domande le risposte forse non avevano la qualità del suono e dell’immediatezza.

Serviva tempo. C’era bisogno della solitudine. Della parola scritta. Queste parole Paola Silvia Dolci le ha poi riviste e adattate ad una pubblicazione, creando uno scarto fra sé e l’io narrante, ma neanche troppo, dandoci così la possibilità di parlare di autofiction. La narratrice dice di sé: «Sono Pandora, il lupo nel vaso, la carcasse marcia e l’acqua. Corrotta e bastarda.» (p.136) Corrotta e bastarda come una scrittrice che amo molto, Violette Leduc. Come lei, non sceglie l’autostrada del conformismo letterario, della scrittura che piace agli altri (o alle altre; Simone de Beauvoir ha tentato di indirizzare il suo stile che ammirava, ma che considerava eccessivo). Dominante come un faro appunto. Osservatrice come un guardiano. Attenta e scrupolosa come uno scienziato. Come il fisico, Jacob Bernouilli, citato in esergo, autore della frase Eadem mutata resurgo, che ha voluto sulla sua tomba come epitaffio.

L’immagine stupenda si rifà alla spirale logaritmica, presente in natura, in tantissime forme e vesti. Dalla conchiglia alla galassia vortice. «Risorgo uguale eppure diversa», tradotto dal latino. Questo dice molto sul “Diario del sonno” Tutti i brani (le poesie) del libro iniziano con una data o con la stessa frase dove dice l’età, che varia dai zero anni ai mille anni. Dai sette anni ai venticinque. Gli anni veri e quelli del preconscio. Un tempo che ha il profilo della spirale logaritmica, che come un vortice risucchia l’identità della narratrice, la fa scomparire per poi restituirla alla luce diversa, mutata ma apparentemente sempre uguale. «Ho sedici anni, e nascondo quello che scrivo perché anche quelle sono tutte bugie. Non posso sostenere che le mie poesie vengano lette in pubblico.» (p.19) “Il diario del sonno” è un diario di bordo, un percorso psicanalitico, la storia di una malattia. Seduta non riesce a parlare, di notte scrive.

Questo è il risultato. «La scrittura dovrebbe incoraggiare il divenire umano – dice l’autrice a Farenheit – la memoria e il ricordo non so che vie riescano a prendere. Non so bene come la memoria lavori.» Forma ibrida, parola che cura, generi e stili che si guardano e si richiamano, ma che parlano di solitudine, di anonimato. In cerca del principio di realtà, la scrittura la vede intenta a definirsi, ma mai uguale. Ecco la necessità dell’eteronimo. Attenzione non uno pseudonimo che nasconde, ma un’identità da aggiungere alle altre. Così si incomincia a sentirla la voce narrante. Una voce di estrema umanità. «Ho sedici anni, e nascondo quello che scrivo perché anche quelle sono tutte bugie. Non posso sostenere che le mie poesie vengano lette in pubblico.» (p.19) Solo quando il processo creativo è a buon fine le bugie possono rivelarsi agli altri, scoprendo un po’ di quel sé che assomiglia a una bugia ma che contiene poco della propria identità, un’identità nuova quindi, scoperta con la scrittura.

Con la notte. Con il sonno. Lo scarto rimane dentro. “Lei vuole fare come la Dickinson?” è una delle tante domande dello psicanalista alle quali l’autrice ha cercato risposta con questo diario. Come Jorge Louis Borges la scrittura e la lettura le consentono di creare connessioni con amici invisibili. Entrambi amano il sapore della ricerca del significato profondo dell’esistenza, attenta a cogliere l’ambiguità e il fascino di situazioni e personaggi al di là delle apparenze. La lettura è un passaggio. Un’esigenza. Una formazione necessaria. Attraverso le parole si recuperano i ricordi, l’infanzia, i genitori, l’apertura all’altro attraverso il sesso e i sentimenti. La psicanalisi freudiana, che continua tuttora, sottolinea l’autrice è il percorso che l’aiuta a decifrare la sua vita nella realtà e nelle parole scritte.

La lettura diventa un’ancora di salvezza. «La lettura è tutta la mia vita, molto più importante della scrittura, più leggo più scrivo. Ho fame di lettura.» dice Paola Silvia Dolci. Gli attacchi di panico e la depressione in “Diario del sonno” li combatte così. «Ho venticinque anni e posso diventare simbolica fino all’atomo.» p.140) La presa di coscienza del principio di realtà e poi la terapia sanno portarla alla sua essenza. Che si attorciglia in molteplici spirali logaritmiche dove scrivere è il tentativo di connettersi con la parte più profonda. L’arte? «Tutta l’arte è contemporanea, l’ho letto su un muro di Berlino.» (p.137) Dove contemporaneo significa proprio questo: la capacità dell’artista di attingere al preconscio. Di essere risucchiato nel vortice. Di rinascere. Uguale e non uguale. «Negli spazi dell’incertezza entra il dubbio della condizione umana.» (p.137) E allora si può anche dare retta al proprio dottore: «I farmaci, ingegnere, non sono un consiglio» (p.18)

Recensione di IO LEGGO DI TUTTO, DAPPERTUTTO E SEMPRE. E TU? di Sylvia Zanotto  

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